“Sentinelle” abruzzesi protagoniste a Bruxelles

31 Ottobre 2015

Manager di multinazionali, funzionari europei, giovani con un’idea da sviluppare Sono gli emigranti di nuova generazione, ai vertici della scena continentale

BRUXELLES. Gli abruzzesi all’estero non sono solo storie prestigiose da raccontare, sono presidio di abruzzesità. L’internazionalizzazione di una regione non passa solo attraverso l’esportazione di prodotti tipici, ma può affidarsi anche alla professionalità, alla competenza, alla preparazione di chi dall’Abruzzo è partito.

Sessant’anni fa accompagnavamo l’emigrazione di minatori, manovali, operai con un profondo senso di vergogna. Gli abruzzesi di terza e quarta generazione però se la sono cavata, così come chi è partito negli ultimi 20 anni, costruendo solide professionalità apprezzate all’estero, e delle quali possiamo avvalerci. Basta solo accorgersi di loro.

Chi sono? Cosa cercano? Partono grazie alla destinazione, o a causa della provenienza? Per incontrare le sentinelle abruzzesi, ho scelto Bruxelles: una città che pulsa grazie all’intreccio di culture che si sfiorano, a volte si accarezzano, altre volte si scontrano e stridono, ma sono comunque in connessione. Un crocevia. Un passaggio obbligato per chi ha un’aspirazione professionale, dove la competitività è alleata, dove ci si apre allo scambio, e dove si è portati ad alzare l’asticella delle proprie ambizioni.

Bruxelles è il cortocircuito del sistema. Qui ho incontrato le sentinelle, protagoniste della scena europea, in un sottobosco non sospetto di abruzzesità. Le ho trovate al vertice del sistema di sicurezza del Parlamento Europeo, nella Direzioni Generali della Commissione, nei vertici delle multinazionali, ma anche nelle storie di giovani che per realizzare il loro sogno in Abruzzo, fabbricano qui gli strumenti necessari.

Il senso di precarietà lavorativa ha reso gli italiani più competitivi. «La necessità di farsi valere è una capacità che gli italiani hanno dovuto sviluppare, portandoli ad ottenere risultati migliori e in minor tempo, emergendo di più rispetto agli altri». Così Carla Mucciarelli si racconta, oggi che a Bruxelles è manager per una multinazionale di trasporti. Ha scelto di partire insieme al marito Gian Gaetano Casillo, consulente legale per una multinazionale. La loro è stata una scelta di vita. Un progetto condiviso in coppia, che li vedrà presto genitori. La culla dei loro due figli sarà una «società rispettosa, aperta, e stimolante». Che sia un progetto di vita o di carriera, l’importante è arrivare a Bruxelles con un’idea che sia in sintonia con le proprie passioni. «Ci si deve porre due domande: cosa è importante per se stessi, e quali sono le proprie passioni». Ad affermarlo Maria Grazia Tanese, che oggi si occupa del reclutamento di personale esperto per una direzione generale del Parlamento Europeo. «Nelle scelte non bisogna sottostimare la ricerca della felicità. Deve essere questo il motore. Bisogna provare, perseverare, bisogna cambiare senza avere paura dei rischi che comporta il cambiamentoa. E la sua di passione, la musica, è diventata un linguaggio interculturale con cui apre la sua casa a concertisti ed ospiti provenienti da ogni nazionalità.

Il linguaggio informatico invece, oltre ad essere una grande passione, è lo strumento grazie al quale Paola Bucciarelli oggi ricopre vertici della DG Connect della Commissione Europea. Di tanto in tanto fa ritorno nella sua Chieti per una forma di «restituzione all’Abruzzo». Torna per raccontare agli studenti come sviluppare soluzioni digitali per migliorare il vivere quotidiano. «Il problema delle competenze digitali è una questione che dobbiamo affrontare immediatamente. I giovani non devono solo essere consumatori di tecnologie importate da America e Asia. I giovani devono sviluppare competenze digitali per poterne programmare di nuove. In europa ci sono oltre 300 mila posti di lavoro scoperti, perché mancano programmatori informatici. Voglio mettere le mie competenze a servizio della mia terra, perché la tecnologia è un processo senza ritorno».

Ed è stata l’innovazione tecnologica il richiamo per Chiara Colangelo, una giovane pescarese. Una fattoria 2.0 è il suo sogno per l’Abruzzo: un'azienda agricola biologica multifunzionale. «Il bisogno di fare rete e la capacità di sviluppare progetti in ambito rurale, dal forte impatto innovativo a livello sociale e tecnologico», l’hanno spinta alla fonte, a Bruxelles, dove si originano le politiche di sviluppo rurale. «Il mio non è un addio, è un arrivederci all’Abruzzo. E partire sapendo di fare ritorno è un privilegio. Spero di tornare arricchita e di trovare una regione sensibile alle politiche territoriali di sviluppo rurale a favore dei giovani».

E dall’entroterra abruzzese, è partito venticinque anni fa anche Elio Carozza. Un’infanzia a Montenerodomo, un paesino in provincia di Chieti defraudato della sua forza lavoro a partire dal dopoguerra. Oggi la direzione della sicurezza del Parlamento Europeo è nelle sue mani. Oltre 500 persone gestite per assicurare un sistema di protezione infallibile nei palazzi del Parlamento. «Lavorare nelle istituzione europee è come vivere in un mondo surreale, perché tutto funziona al meglio. Il mio antidoto all'alienazione dalla realtà, la mia ricchezza, è stato l’impegno profuso come volontario per il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, in qualità di segretario Generale. Volevo sapere dove erano finiti i padri di famiglia che quando ero piccolo vedevo partire da Montenerodomo, senza farne ritorno».

E il suo racconto scivola inevitabilmente sulla tragedia di Marcinelle: «Grazie al sacrificio di Marcinelle, il Belgio si è evoluto. Ha introdotto nuove politiche sul lavoro. Ma se oggi in Italia si muore ancora nella raccolta dei pomodori, vuol dire che il sacrificio di Marcinelle per noi è stato vano. Non possiamo permetterlo. La tragedia di Marcinelle non è solo una data da ricordare nel cordoglio. E’ il senso di quello che eravamo. Di un’Italia che si vergognava dei suoi operai, e non li ha sostenuti nel processo di integrazione. Della perdita del contatto con le comunità abruzzesi. Allora dobbiamo riagganciarle . A distanza di tre generazioni, gli abruzzesi sono emersi, si sono affermati e si sono integrati in una società evoluta ed interconnessa. Allora recuperiamo il legame.Siamo ancora in tempo». E se per far crescere le nostre esportazioni, imparassimo a dialogare con le nostre “sentinelle”? E se per favorire una maggiore penetrazione economico internazionale, raggiungessimo la ramificazione degli abruzzesi, risvegliando il senso di appartenenza alla abruzzesità? E se le storie di prestigio si trasformassero in una risorsa insostituibile per l’economia d’Abruzzo?

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