centri di reclusione

Sovraffollamento carceri. In Abruzzo 500 detenuti oltre il limite di capienza

18 Giugno 2026

Il caso al centro della commissione Vigilanza, la garante Scalera in audizione

Ecco la relazione: «Condizioni inumane in troppi casi, tanti dovrebbero uscire»

L’AQUILA

Entrare negli istituti penitenziari abruzzesi è toccare, con mano, la condizione dei detenuti. In luoghi dove il sovraffollamento è, troppo spesso, una consuetudine; dove la rete dell’assistenza sanitaria scricchiola. In quei tre metri quadrati – talvolta neanche rispettati – ogni singolo detenuto rischia di diventare soltanto un numero, spersonalizzato. È la fotografia chiara che emerge dalla Relazione annuale 2025 che la garante per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale in Abruzzo, Monia Scalera, presenta oggi, alle 10, alla commissione di Vigilanza, guidata da Sandro Mariani del Pd.

Quasi un centinaio di pagine che mettono in evidenza «una serie di criticità strutturali e sistemiche che incidono in modo significativo sulla tutela effettiva dei diritti fondamentali delle persone detenute». La relazione si ferma a fine 2025. «In realtà, la situazione è peggiorata», dichiara Scalera, «se da un lato sono stati compiuti dei passi in avanti, dall’altro è aumentato addirittura il dato del sovraffollamento che, in alcune strutture, quest’anno ha toccato il 200%».

In un anno la garante dei detenuti ha effettuato 500 colloqui negli istituti di pena abruzzesi e 46 accessi nei luoghi di detenzione per verificare lo stato delle cose. Da gennaio 2026 al 16 giugno le visite sono state 34. «Sono aumentate tantissimo, perché nelle carceri abruzzesi vige una situazione al limite, come del resto in tutta Italia», afferma Scalera, «le lamentele riguardano soprattutto il sistema sanitario, le condizioni igienico-sanitarie e l’accesso alle cure: con l’Osservatorio regionale della rete penitenziaria stiamo intensificando la rete per l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte dei detenuti. Il carcerato oggi è cambiato: ha grandi problemi psichiatrici e di tossicodipendenza, a volte l’uno è conseguenza dell'altro. Il luogo adatto a loro non è il carcere, in quanto non consente cure adeguate. E questo si verifica, soprattutto, nel regime dei detenuti comuni e della media sicurezza. Andrebbero spostati in strutture terapeutiche per autori di reato che, in Abruzzo, sono poche e hanno posti insufficienti». Le criticità più grandi si rilevano dove c’è una maggiore concentrazione di detenuti.

SOVRAFFOLLAMENTO

Carceri costruite decenni fa (ad eccezione del nuovo nucleo di Sulmona), dove ci sono solo docce comuni, mancano i bidet, i tubi delle docce sono a vista, con l’acqua che esce dal muro. «Una realtà con cui dobbiamo fare i conti, che ho toccato con mano», evidenzia Scalera, che punta molto sui percorsi formativi per dare ai detenuti «una possibilità di reinserimento lavorativo e sociale». La garante rivolge un appello al Tribunale di sorveglianza: «Le misure alternative alla detenzione per i reati minori e i fine pena ci sono, usiamole. C’è gente che deve finire di scontare 8 mesi, gente che può uscire, che ha avuto permessi premio o fa il lavoro esterno, ma viene tenuta dentro. E le carceri scoppiano. In alcuni casi, ho riscontrato gravi violazioni della sentenza Torreggiani, emessa dalla Corte Edu l’8 gennaio 2013, che ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Cedu, che vieta trattamenti inumani e degradanti. Ogni detenuto dovrebbe disporre di almeno tre metri quadrati di spazio, spesso non è così». In Abruzzo, a fronte di una capienza regolamentare di 1.882 posti, sono presenti 2.313 detenuti, di cui 88 donne e 468 stranieri. «Il sovraffollamento carcerario rappresenta, da anni, una delle principali criticità del sistema penitenziario italiano, con ricadute dirette sulla qualità della vita delle persone detenute, sulle condizioni di lavoro del personale e, più in generale, sull’effettiva attuazione dei principi costituzionali», prosegue la garante, «il sovraffollamento limita la possibilità di realizzare percorsi individualizzati di rieducazione, ostacola l’accesso al lavoro, alla formazione e alle attività culturali, e rende più complessa la gestione quotidiana degli istituti. In questo contesto, anche il personale di polizia penitenziaria e gli operatori socio-educativi si trovano a operare in condizioni di maggiore stress e difficoltà, con inevitabili ripercussioni sull’efficacia complessiva del sistema. Per affrontare in modo strutturale il fenomeno, appare necessario agire su più livelli. Da un lato, è fondamentale promuovere un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, soprattutto nei confronti di soggetti a bassa pericolosità sociale, favorendo percorsi di inclusione. Dall’altro, bisogna intervenire sulla durata dei procedimenti e sul ricorso alla custodia cautelare, per ridurre gli ingressi non strettamente necessari nel circuito penitenziario».

PRINCIPALI CRITICITA’

I motivi principali di richiesta di colloquio hanno riguardato l’ambito sanitario, mediazione per una più agevole comunicazione con l’area trattamentale e la predisposizione di un programma effettivamente capace di promuovere il reinserimento della persona condannata. Infine, un numero consistente di richieste hanno riguardato la questione dei trasferimenti, finalizzate a sollecitare risposte da parte del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria o del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, in merito alle istanze di trasferimento da un altro istituto penitenziario. «La motivazione principale delle richieste risiede nella distanza dal luogo di residenza abituale o da quello dei familiari, una condizione che genera una serie di difficoltà, tra cui la perdita dei contatti con la rete sociale di appartenenza», evidenzia Scalera, «le problematiche nell’attivazione dei servizi territoriali come il Servizio per le Dipendenze di riferimento, e le difficoltà nel realizzare colloqui visivi con i familiari, specialmente se risiedenti lontano. Risulta indispensabile investire nel potenziamento delle infrastrutture esistenti e nella creazione di spazi adeguati allo svolgimento delle attività, evitando che questa rappresenti l’unica risposta al problema. Il rischio, in assenza di riforme strutturali, è quello di perpetuare ciclicamente le stesse condizioni di criticità».

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