«Spostiamo i primari, i servizi restano»

22 Febbraio 2016

L’assessore e la nuova mappa dei reparti: le urgenze solo in presidi specializzati, i malati cronici in ospedali di comunità

PESCARA. Il decano della Scienza politica italiana, Giovanni Sartori, direbbe che se da un sistema politico si pretende una maggiore governabilità, allora dovrà essere la rappresentatività a perdere un po’ di consistenza. E viceversa. Detto più prosaicamente, la coperta è corta, e se si vuole ottenere un determinato effetto, è probabile che qualche cessione, da un altro lato, la si debba subire. E sembra essere questo anche il principio adottato dalla Regione nel piano di riordino della rete ospedaliera pubblica, che verrà presentato al ministero della Salute entro la fine del mese. Anche se, però, l’assessore regionale alla Sanità, Silvio Paolucci, di fronte a questo principio oppone dei distinguo.

Assessore, da quanto è emerso finora dal Piano, si teme che possa diminuire la qualità nei servizi ospedalieri. E’ così?

«Una logica di questo tipo vorrebbe dire che nel riordino generale si andrebbero a perdere delle funzioni. E invece è quello che non accade. Nella trasformazione, per esempio, da una Uoc (unità operativa complessa) ad una Uos (unità operativa semplice), siamo soltanto di fronte ad una riorganizzazione della struttura. Per il paziente non cambia niente».

Però è un fatto che alcuni ospedali chiuderanno e che certi servizi non saranno più disponibili.

«Noi abbiamo voluto concentrare le prestazioni. È una questione di casistica. La logica che ci ha guidati nel riordino ospedaliero è che quanto più è alto il numero degli interventi, in un reparto, tanto più è alta la qualità in esso. Quei reparti, ad esempio, come dispone la legge, che registrano meno di ventimila interventi all’anno, devono essere trasformati».

Ma se l’obiettivo è il raggiungimento della qualità, inevitabilmente il paziente dovrà sopportare degli spostamenti per ottenere un servizio che prima aveva nel giro di qualche chilometro.

«Parlare di chiusura di reparti è improprio, poiché con il riordino per il paziente non cambierà niente. Che cosa importa al paziente se a capo di una struttura ci sarà un primario o un’altra figura? I servizi, per il paziente, rimangono».

Il punto è che un particolare servizio che prima veniva offerto al paziente, con il riordino non ci sarà in più in alcuni ospedali.

«Quello che cambierà è che le acuzie, gli interventi per i quali necessita un alto tasso di capacità, verranno trattati nei presidi in cui i casi, come dicevo prima, sono molti numerosi. Particolari interventi chirurgici non possono essere trattati dove i casi sono numericamente esigui. I malati cronici, invece, continueranno ad essere trattati in quelle stesse strutture presso le quali già si recavano, le quali verranno classificate come ospedali di Comunità. Faccio l’esempio dell’ospedale di Guardiagrele, che avrà i suoi 80 posti letto».

Non crede che all’Abruzzo stia per chiedere una sorta di rivoluzione culturale?

«Si tratta di far capire che gli abitudinari, i cronici, non si devono recare in ospedale. Ma in altri tipi di Centri, come gli ospedali di Comunità. È questa la nuova frontiera».

Il ministero della Salute Beatrice Lorenzin ha intanto mosso delle obiezioni, alla bozza che avete presentata. Una riguarda la direttiva europea relativa agli orari di lavoro di medici e infermieri, che non deve superare un certo limite, e che non è stata recepita nel piano di riordino. C’è dell’altro?

«Sì, ci hanno chiesto di tagliare di più. Ma noi a questo ci stiamo opponendo e non apporteremo ulteriori tagli».

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