Tentato ricatto a D’Alfonso, inchiesta chiusa

28 Giugno 2018

Mare-monti: geometra, primario e altri 2 nei guai. Ecco i motivi dell’assoluzione del governatore

PESCARA. È alla vigilia dell’interrogatorio per l’inchiesta di Rigopiano, fissata per le 9 di oggi, che il governatore-senatore, Luciano D’Alfonso, incassa due notizie strettamente collegate tra di loro e a lui favorevoli. La prima è che la procura di Pescara ha chiuso l’inchiesta sul geometra pennese, Giuseppe Cantagallo, il supertestimone del processo sulla superstrada Mare-Monti di Penne che avrebbe tentato di estorcergli 130mila euro. La seconda è che la Corte d’Appello dell’Aquila ha pubblicato le motivazioni dell’assoluzione di D’Alfonso proprio per quel processo per non aver commesso il fatto.
Insieme a Cantagallo, di 72 anni, sono indagati anche un personaggio della sanità abruzzese, il professor Carmine Marini, 62 anni, direttore della clinica Neurologica dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, e due familiari del geometra pennese: Filomena Pilone, di 66 anni e Dana Cantagallo, di 40. Il pm Anna Rita Mantini contesta al tecnico il reato di tentata estorsione perché il 16 novembre scorso avrebbe inviato a D’Alfonso, alla vigilia dell’udienza del processo per la Mare monti in cui il geometra doveva deporre contro il politico, una mail con la richiesta di 130mila euro per non rendere testimonianza davanti al tribunale di Pescara.
Al professor Marini viene contestato il favoreggiamento perché, sostiene l’accusa, redigeva un certificato medico, su istigazione dei familiari di Cantagallo, da produrre in procura a supporto di una richiesta di nomina di un consulente tecnico che avrebbe dovuto accertare l’incapacità di intendere e di volere del geometra pennese nell’inchiesta per tentata estorsione. Ma per il magistrato il certificato sarebbe stato redatto senza alcuna visita diagnostica. Tutti e quattro, infine, sono indagati in concorso per falso ideologico in certificati e uso di atto falso. Hanno venti giorni di tempo per presentare memorie e indicare testimoni a discarico, dopo di che il pm deciderà se chiedere al gip i rinvii a giudizio o le archiviazioni. Ma nello stesso giorno della chiusura dell’inchiesta, altri giudici, Aldo Manfredi, Armando De Aloysio e Federico Scioli, della Corte D’Appello dell’Aquila, hanno pubblicato le motivazioni delle assoluzioni di D’Alfonso, dell’imprenditore Carlo Toto, e di Alfonso e Paolo Toto, nel processo sulla superstrada per Penne. Fatta esclusione per gli ultimi due imprenditori, assolti per prescrizione, nel caso di D’Alfonso e Toto, rispettivamente difesi dagli avvocati Giuliano Milia e Augusto La Morgia, i giudici scrivono che la condizione della totale infondatezza delle accuse emerge a colpo d’occhio («ictu oculi»). Per il governatore- senatore: «Vi è a monte un’evidente carenza nella stessa imputazione (al limite della nullità oggi non più rilevabile) che gli attribuisce un ruolo di concorrente morale quale mediatore, istigatore delle condotte criminose, e ciò nella posizione di Presidente della Provincia o esponente di spicco della politica abruzzese e referente del Pd in Abruzzo». Nella realtà, invece, «D’Alfonso non ha mai rivestito ruoli di rappresentanza o tecnici nell’ambito dell’ente appaltante». Né emergono «in alcun modo dalle prove disponibili» quelle che, in parole semplici, la procura definiva pressioni o influenze nei confronti dei vertici nazionali dell’Anas per favorire Toto. Per quanto riguarda infine quest’ultimo: «Risulta documentalmente la sua estraneità agli addebiti in quanto nell’anno 2000, quando fu indetta ed eseguita la gara d’appalto, non rivestiva cariche societarie». (l.c.)