Tercas, aumento da 100 milioni

27 Aprile 2015

La Popolare Bari inietta altra liquidità. L’ultimo trimestre 2014 in rosso per 28 milioni per svalutazioni

TERAMO. Prosegue a marce forzate l’opera di risanamento del gruppo Tercas-Caripe da parte della Popolare di Bari: nelle ultime ore è trapelata la notizia di un nuovo aumento di capitale di 100 milioni per l’istituto teramano, dopo una prima iniezione di liquidità da 230 milioni effettuata a fine settembre al momento dell’uscita dal commissariamento della banca.

Per la capogruppo pugliese riportare Tercas-Caripe in territorio positivo è fondamentale: dopo l’acquisizione, il 30% degli sportelli della Popolare di Bari si trova in territorio abruzzese (in tutto sono 114 filiali su 386), ma il peso aumenta se si considera un’altra trentina di sportelli di cui la banca teramana dispone fuori regione. Il tutto per un migliaio di dipendenti, 3,3 miliardi di impieghi e 4,5 miliardi di raccolta complessiva.

Oltre che attraverso la ricapitalizzazione, il risanamento è passato attraverso una profonda opera di pulizia nei crediti deteriorati di Tercas-Caripe, effettuata già nelle ultime ore del 2014 (il contratto è stato firmato il 30 dicembre) con la cessione di crediti dubbi per 404 milioni a una società americana specializzata, la Lone Star. Quest’ultima ha pagato circa il 22% del valore dei crediti, pari a 86,5 milioni, e ora a sua volta sta cercando di recuperare questi prestiti, che equivalgono a 3.722 posizioni debitorie nei confronti di Tercas e a 1234 posizioni debitorie nei confronti di Caripe.

L’operazione ha chiaramento pesato sui conti delle due banche abruzzesi, che hanno chiuso il bilancio degli ultimi tra mesi del 2014 (il primo dopo l’uscita dal commissariamento) ancora in rosso: per Tercas la perdita è stata di 28,1 milioni di euro, mentre per Caripe il rosso è stato di 5,3 milioni. Nella sua relazione di bilancio la Popolare di Bari ha comunque fatto notare che le perdite sarebbero state assai meno sostenute senza la citata operazione di pulizia.

Nel frattempo è trapelata la notizia dell’apertura di un procedimento nei confronti di Tercas da parte della Commissione Europea per l’ipotesi di «aiuti di Stato» che si sarebbero concretizzati proprio con l’operazione di salvataggio della banca termana. L’intervento della Popolare di Bari, infatti, era stata preceduta da una cospicua iniezione di liquidità, 265 milioni di euro, da parte del Fondo interbancario di tutela dei depositi, l’organismo creato da tutti gli istituti italiani per intervenire nelle situazioni di crisi. Bruxelles, su iniziativa della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, contesta il fatto che l’intervento sia stato fatto in regime di esenzione fiscale, modalità di solito riservata alla parte pubblica, e sotto il dichiarato coordinamento della Banca d’Italia. Spetta al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, rispondere al dossier, ma già si sa che la difesa italiana poggerà sul fatto che tutti i denari dell’intervento provenivano dalle tasche di banche private, senza alcuna partecipazione dello Stato o di sue articolazioni territoriali.

La Popolare di Bari, per conto di Tercas, si è comunque cautelata anche per l’ipotesi di una pronuncia sfavorevole da parte da parte della Commissione Europea: negli accordi sanciti a suo tempo con il Fondo Interbancario di tutela dei depositi, è previsto che quest’ultimo faccia fronte all’eventuale onere fiscale, in misura di un massimo di 30 milioni di euro.

Questo clausola non è l’unica che lascia ancora rapporti aperti tra il Fondo e l’asse Bari-Teramo: Tercas si è ulteriormente cautelata ottenendo garanzie per 35 milioni su crediti nei confronti di terzi che devono essere riscossi entro il primo semestre del 2015, mentre a sua volta il Fondo ha preteso di essere risarcita se dovessero essere rimborsati altri finanziamenti che al momento del salvataggio apparivano difficilmente esigibili.

Tutti nodi che presto dovranno essere sciolti, in un senso o nell’altro, per chiudere definitivamente con l’eredità di un passato assai difficile. Resta, sullo sfondo, la partita ancora aperta di Carichieti, l’altra ex Cassa di risparmio abruzzese tuttora commissariata. L’uscita dalla procedura straordinaria potrebbe non essere poi così distante, ma tutto dipenderà dall’atteggiamento di Banca Intesa, socia al 20%. Partita quasi chiusa, invece, per la Fondazione Carichieti, che non possiede le risorse per l’ aumento di capitale di cui la banca teatina avrà necessità per tornare sul mercato. (m.t.)