Trivelle, scontro finale «L’Abruzzo reagisca»

16 Aprile 2015

Le associazioni lanciano l’ultimo appello a parlamentari, Regione e Comuni «Finora tante chiacchiere e pochi fatti: servono leggi, il Green Act e il Parco»

PESCARA. Che cosa stanno facendo e hanno fatto concretamente i parlamentari abruzzesi, il governo regionale e i sindaci per contrastare la trasformazione dell’Abruzzo in distretto petrolifero? Tante parole, pochi fatti. La dura e schietta risposta arriva dalle associazioni ambientaliste alla luce dei dati raccolti nel dossier “La costa delle trivelle” elaborato per raccontare ciò che la politica ha finora portato quanto a ricerche e perforazioni di idrocarburi in Abruzzo (in terra e mare): 2.213,05 Kmq interessati da permessi di ricerca;441,29 Kmq interessati da concessioni di coltivazione;101,03 Kmq interessati da concessioni di stoccaggio; 35,72 Kmq interessati da istanze per concessione di coltivazione; 1.018,00 Kmq interessati da istanze per concessioni di stoccaggio; 4.222,80 Kmq interessati da istanze per permessi di ricerca.

«L'Abruzzo è alle prese con una deriva petrolifera, basti pensare che la situazione fotografata nel 2009 dimostrava che il 51,7 per cento del territorio era interessato da istanze di ricerca ed estrazione di idrocarburi», sottolinea Dante Caserta, consigliere nazionale del Wwf, «il quadro si fa sempre più preoccupante, con la Regione che, nonostante le richieste che abbiamo avanzato da molti anni, non ha impostato una strategia complessiva».

Anche la recente risoluzione adottata dal consiglio regionale contro gli insediamenti petroliferi viene ritenuta l’ennesimo atto di indirizzo politico al quale devono seguire provvedimenti concreti. Un esempio? «Una legge per l'adattamento e le mitigazioni climatiche, una legge sul consumo del suolo e più in generale un piano energetico regionale incentrato su un giusto mix di fonti rinnovabili», risponde Giuseppe Di Marco, presidente regionale di Legambiente.

Al dossier hanno lavorato, oltre a Wwf e Legambiente, Italia Nostra, Lipu, Fai, Arci e Cai presenti con Nino Salvatorelli (Arci), Stefano Allavena (Lipu) e Mimmo Valente (Italia Nostra. «Ombrina è la punta dell'iceberg. C'è il rischio di una deriva che moltiplichi sulla costa pescarese le trivelle in mare». aveva detto nei giorni scorsi anche Augusto De Sanctis del Forum H2O (accompagnato dall 'associazione Pescara Punto Zero) a proposito degli ultimi sviluppi dovuti alle concessioni presentate dalle compagnie petrolifere favorite dallo Sblocca Italia. Che cosa fare, allora?

«I parlamentari non approvino provvedimenti che mettono in pericolo il territorio regionale e producano un Green Act utile all'Italia e all’Abruzzo, che corregga il decreto Sblocca Italia, cancellando la deriva petrolifera e gli incentivi alle fonti fossili», indicano gli ambientalisti. Analogo impegno viene chiesto alla Regione con l’augurio che definisca un piano energetico regionale. Ma un appello particolare viene rivolto ai Comuni della costa teatina affinché superino le divisioni sulla perimetrazione del Parco costiero e mettano in campo politiche per la rigenerazione dei tessuti urbani e per l'efficienza energetica. Per gli ambientalisti è tempo di costruire un nuovo disegno strategico e che la politica si assuma le proprie responsabilità.

«Perché oggi l’Abruzzo continua ad essere una regione “occupata” dai petrolieri e c'è il rischio che diventi un distretto petrolifero: d’altra parte la vicenda di Bussi dimostra come la sottovalutazione di certe tematiche produca danni all'ambiente e alla comunità», è l’amaro commento finale di Di Marco. (a.mo.)