Via libera al concordato salvataggio da 100 milioni

Verdetto della Corte d’appello equipara la società pubblica a quelle private
PESCARA. Arriva dalla Corte d’Appello dell’Aquila una sentenza capace di cancellare i debiti milionari dei carrozzoni pubblici italiani: secondo i giudici, anche le società partecipate e in house formate dagli enti pubblici possono essere ammesse al concordato e al fallimento. Come le imprese private. La sentenza si riferisce all’Aca, la società che gestisce acqua, depuratori e fognature ed è composta da 64 Comuni del Pescarese, del Chietino e del Teramano.
Gestione dissennata. Fino al 2013, l’Aca è stato uno delle migliaia di enti spreconi tanto da collezionare oltre 100 milioni di euro di debiti, verso dipendenti, fornitori, erario, enti previdenziali, Equitalia e Soget. Una gestione che ha incrociato anche la procura di Pescara: dopo un’inchiesta su presunte tangenti negli appalti, che ha portato anche all’arresto dell’allora presidente Ezio Di Cristoforo di area Pd (il processo è in corso), l’Aca è stata costretta a voltare pagina. Lo ha dovuto fare per non trascinare nel baratro i 64 Comuni soci grazie a un avvocato esperto di diritto amministrativo nominato amministratore unico dopo lo scandalo della corruzione.
Debiti spariti. È stato Vincenzo Di Baldassarre il primo a puntare sul concordato per risollevare l’Aca travolta da una zavorra di debiti senza precedenti in Abruzzo. Il piano di Di Baldassarre, supportato dall’avvocato Sergio Della Rocca, ha passato il vaglio del tribunale di Pescara: con l’omologa sono spariti subito 38,8 milioni di debiti. Quasi una magia che, adesso, potrebbe essere replicata anche ai buchi neri dell’Ama e dell’Atac di Roma, due società, rifiuti e trasporti, gravate da milioni di debiti.
Soldi in cassa. A fronte di un buco di circa 100 milioni, il concordato dell’Aca prevede il pagamento integrale di quasi 8 milioni di debiti verso dipendenti, enti previdenziali, Equitalia e Soget; il pagamento integrale di 2 milioni all’Ato; il pagamento di 49,6 milioni alle ditte a fronte di debiti per 88,4 milioni. Grazie al concordato, i conti dell’Aca sono tornati in positivo: il bilancio, con un meno 8 milioni nel 2013, è passato a più 5 milioni nel 2014 e a più 9 nel 2015. Grazie al concordato, le casse dell’Aca sono tornate a riempirsi di soldi: al 31 dicembre 2015, l’attivo è stato di oltre 31 milioni di euro e sono partiti i primi bonifici ai creditori (4,3 milioni).
“Sconto” alle ditte. Però, se i conti dell’Aca sono tornati con il segno più, a pagarne lo scotto sono stati quelli dei fornitori: le imprese hanno dovuto accettare un taglio del 40% dei compensi che sarà pagato nei prossimi 6 anni. Una banca, la Bnl, e 12 ditte, vantando crediti di circa 15 milioni di euro, hanno impugnato il concordato alla Corte d’Appello. Quasi un atto di “difesa” da un ente pubblico che si fa lo sconto sulle fatture già emesse: nei ricorsi, banca e imprese hanno sostenuto che un ente pubblico non può essere ammesso al concordato scaricando così anni di gestioni dissennate sulle spalle dei fornitori.
Ricorsi bocciati. Invece, i giudici hanno dato ragione all’Aca e rigettato i ricorsi della Bnl e delle imprese coordinate dall’Aniem di Pescara-Chieti, l’Associazione nazionale imprese edili e manifatturiere. Per la Corte d’Appello, anche all’Aca si applica il decreto Madia sul riordino delle società pubbliche entrato in vigore il 23 settembre scorso. E poi, i giudici sono entrati anche nel dettaglio dei conti dell’Aca: la sentenza dice che il piano per pagare i debiti è sostenibile. «L’attivo concordatario costituito dal saldo dei rapporti bancari al 31 dicembre 2015 è di 31.182.627 euro, quindi», recita la sentenza, «una somma superiore all’ammontare dei crediti privilegiati (20 milioni di euro) e coincidente con i flussi finanziari generati dalla gestione e previsti nel piano industriale. Pertanto», dice il documento, «non vi è in alcun modo una manifesta inattitudine del piano a raggiungere i risultati promessi». Nuovo cda a rischio. Ma la sentenza apre anche un altro fronte: se all’Aca si applica il decreto Madia, allora, il nuovo presidente Luca Toro e i componenti del cda Mirco Velluto e Giovanna Brandelli potrebbero essere già rischio ad appena un mese dalla nomina. Il decreto, infatti, detta limiti ai cda e pone come regola quella dell’amministratore unico. Così si è espresso anche un avvocato, Costantino Tessarolo, chiamato dall’Aca alla vigilia del rinnovo della dirigenza. Ma, nell’ultima assemblea, i sindaci Pd sono andati avanti sulla linea del cda. La risposta dei sindaci di centrodestra è stata un ricorso al Tar.
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