Vittoria postuma di Smith Al cimitero senza croce

26 Agosto 2014

Divenne famoso in tutta Italia per la battaglia contro il crocifisso nelle scuole da morto ha almeno ottenuto uno spazio dedicato ai credenti di religioni diverse

OFENA. Quando nel dicembre del 2003 il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, Adel Smith, venne aggredito, finendo all’ospedale, da 23 giovani di estrema destra nello studio di una televisione veronese, si rivolse all’avvocato con una domanda che tradiva il suo temperamento: «Mi chiedo perché non sono entrati uno per uno, invece che in gruppo». E ci sarebbe da giurarci che li avrebbe affrontati tutti. Non a botte, s’intende. Ma a suon di ragionamenti, di tesi e antitesi, di citazioni culturali sconfinanti nella teologia, della quale era esperto e autore di libri.

Il noto “oppositore dei crocifissi”, nato ad Alessandria d’Egitto ma residente a Ofena, paese di 500 anime nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso, combatteva così, con gli strumenti della cultura e della giurisdizione i vizi e i limiti “alla libertà degli individui”, come ricorda il suo avvocato, Dario Visconti. Ma la sua battaglia principale, quella contro i limiti alla libertà di religione, che lo portò a fare gesti eclatanti come il gettare dalla finestra il crocifisso appeso nella parete della stanza d’ospedale in cui era ricoverata la madre, (costatogli una condanna a 8 mesi di reclusione per vilipendio alla religione e tante critiche), lo ha portato alla fine a restare solo. Pochi gli amici nel piccolo Comune dell’Aquilano, che lo hanno accompagnato nel suo ultimo viaggio, sabato scorso, al cimitero di Ofena, dopo essersi spento per una lunga malattia in una stanza ospedaliera senza croci.

Ma se dalle aule dei tribunali, delle scuole, egli enti pubblici, nessuno ha più tolto il crocifisso, simbolo, per Smith, della supremazia immotivata, in uno Stato laico, di una cultura sull’altra, una piccola vittoria di civiltà l’ha ottenuta proprio con la sua morte. È stato seppellito, infatti, in uno spazio dedicato ai credenti di religioni diverse dal cristianesimo, all’interno del cimitero di Ofena, con rito musulmano celebrato dall’Imam della moschea per la comunità albanese di Bazzano. Una piccola conquista civile. Quanti altri paesi, in Abruzzo, hanno luoghi nei propri cimiteri, dedicati ad accogliere i fedeli di altre religioni?

A Ofena Smith era tornato nel 2011 dopo un periodo di allontanamento trascorso tra l’Italia e l’Egitto, dove era nato e curava le sue ricerche nel campo religioso. Da allora il teologo educato secondo i principi cristiani e poi convertito all’Islam, non è più riuscito a integrarsi nel tessuto sociale del paesino. Un po’ per colpa della malattia; un po’ per via della diffidenza che le sue idee avevano generato.

C’è da capire, ora, che cosa resta della sua battaglia «per portare avanti i principi di libertà di religione e della persona, contro forme di condizionamento anche subliminale, con gli strumenti dell’ordinamento giuridico italiano», dice l’avocato Visconti. A Ofena solo un ricordo sbiadito, quasi un fastidio. «Nelle aule scolastiche e negli uffici comunali nessuno ha tolto i crocifissi», dice il sindaco Mauro Castagna, che ricorda: «Ho conosciuto la famiglia Smith un paio di anni fa, al loro rientro in paese, prima la moglie, che lavora qui, e poi i figli, che frequentano le scuole locali e hanno amici a Ofena». I tre ragazzi sono tutti appassionati di sport. «Ma Adel aveva già perso la sua originaria energia, rimase circoscritto alla sua casa senza più momenti di contatto con il paese», prosegue. E senza mai smettere di scrivere. «Una persona perbene, generosa. Un buono», lo ricorda l’amica di famiglia, Lidia Nicolai, «la sua battaglia è stata strumentalizzata». Non deve aver aiutato il fatto di vivere “in paese chiuso, piccolo”. Dove spesso vince il sospetto verso il diverso. «Adel è sempre stato buon padre e un buon marito. Ha scelto un gesto troppo forte per fare la sua battaglia di civiltà», aggiunge Lidia, che di Smith rammenta l’accoglienza: «Mi faceva dei thè eccezionali, me lo ricordo accogliermi sull’uscio di casa».

Ma c’è chi, per rispondere alle provocazioni di Smith, innalzò una grossa croce di 12 metri in tubi innocenti: lo fece Dino Rossi del Cospa allevatori. Davanti alla sua azienda agricola si possono ancora vedere i resti della croce, oggi appoggio consueto per le tortorelle.

Marianna Gianforte

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