Zanti (Bper): «Una banca nazionale radicata nei territori»

16 Giugno 2026

L’intervista al direttore regionale per l’Abruzzo e le Marche: «La dimensione non cancella la nostra identità né la qualità delle relazioni»

L'AQUILA. Una banca che affonda le sue radici nella tradizione di istituto di credito “popolare”. Non una semplice forma giuridica, ma un'idea di intermediazione: il credito si costruisce sulla conoscenza della persona, della famiglia, dell'impresa, del territorio. Luigi Zanti, direttore regionale Bper Abruzzo e Marche, sottolinea tutto il valore di una tradizione territoriale che ha portato, nel tempo, Bper a radicarsi sempre più come banca di riferimento.

Dove affonda le radici la tradizione che lega Bper all'Abruzzo?

«La banca popolare ha svolto tre funzioni che, oggi, sono più importanti che mai: ha finanziato l'economia reale, ha tenuto vivi i territori, ha svolto il ruolo di infrastruttura sociale oltre che finanziaria, sostenendo cultura, sport, terzo settore, educazione finanziaria. La domanda aperta è se questo modello sopravviva alla crescita dimensionale».

In che senso?

«Una banca con circa 2mila filiali, con una quota di mercato per numero di filiali intorno al 39,11%, quotata e sottoposta alla vigilanza europea, può mantenere le caratteristiche virtuose di una banca popolare? La nostra risposta è sì, perché in Bper la dimensione nazionale non cancella l'identità di banca radicata nei territori e l'efficienza dei processi non sostituisce la qualità della relazione».

Dal 20 aprile si è aperto un nuovo capitolo. Ci spiega di cosa si tratta?

«Con il completamento della fusione e dell’integrazione societaria e operativa successiva all’Opas verso Bpso, avviata nel febbraio 2025, è stato portato a compimento uno dei passaggi strategici nel percorso di crescita del Gruppo. La banca non è semplicemente un fornitore di servizi finanziari. È un attore dello sviluppo attraverso tre leve».

Quali sono queste leve?

«La prima è la presenza capillare: circa 2mila filiali in tutta Italia, di cui il 58% opera in aree ad alta produttività industriale. Non è solo la quantità in sé che conta, ma anche il fatto che ogni filiale è un punto di ascolto, un'antenna sul territorio. La seconda è l'accompagnamento alla transizione sostenibile. Il plafond ESG di oltre 7 miliardi di euro è uno strumento concreto per imprese che stanno già investendo in efficientamento e hanno in programma di farlo».

E la terza?

«È il sostegno all'internazionalizzazione, che oggi non è più solo per le grandi imprese. Anche le pmi italiane hanno bisogno di affacciarsi sui mercati esteri: credito all'export, gestione del rischio cambio, finanza per le filiere internazionali. A queste tre leve si aggiunge una dimensione sociale: cultura, sport, terzo settore, educazione finanziaria non sono un accessorio del modello bancario, ma una parte integrante della funzione che una banca popolare svolge nel proprio territorio».

Parliamo di tecnologia, sostenibilità e relazione.

«La tentazione, da parte di molti operatori, è quella di considerare tecnologia e prossimità come termini opposti. Se digitalizzo, riduco le filiali; se introduco l'intelligenza artificiale, sostituisco la relazione umana. Credo sia una visione sbagliata. La tecnologia, fatta bene, non sostituisce la prossimità: la potenzia. L'analisi avanzata dei dati ci permette di anticipare i bisogni del cliente. L'intelligenza artificiale, integrata correttamente, libera il personale dalle attività ripetitive e gli restituisce tempo da dedicare alla consulenza. I 650 milioni di investimenti tecnologici previsti nel piano industriale non servono a fare a meno delle filiali, ma ad attrezzarle meglio».

Lo stesso ragionamento vale per la sostenibilità?

«Certo. Egs non è un'etichetta da apporre sui prodotti: è un criterio di selezione del rischio, di valutazione del merito creditizio, di accompagnamento delle imprese. Una banca radicata sul territorio ha un vantaggio competitivo importante, perché sa distinguere il greenwashing dalla transizione vera e può investire pazientemente in percorsi pluriennali».

Quali sono le linea guida del vostro modo di fare banca?

«Presidio fisico e digitale convivono: il secondo non viene annullato dal primo, ma si lavora per efficientare il più possibile entrambe le opzioni. Siamo il gruppo bancario in Italia che può vantare la più alta percentuale di propri sportelli (20% circa delle filiali Bper) in comuni con una sola filiale bancaria, e questo testimonia il nostro impegno a portare il servizio ovunque e contrastare la cosiddetta desertificazione bancaria. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale, al contempo, permetterà di offrire ai clienti servizi più semplici, rapidi e personalizzati, mantenendo sempre centrale la relazione diretta con le persone della banca».

Non teme che l'AI possa ridurre il valore del lavoro delle persone?

«No, solo semplificare alcune attività operative e amministrative, migliorando l’organizzazione del lavoro e consentendo ai colleghi di dedicare più tempo alle attività a maggiore valore aggiunto: consulenza, ascolto, relazione e supporto ai clienti. Il nostro impegno è a salvaguardare la presenza fisica laddove è utile e necessaria, ma anche a potenziare gli investimenti in tecnologia, digitalizzazione, AI e cloud».

La vostra scommessa?

«Scala nazionale per avere la forza di investire, identità locale per avere la sensibilità di servire; tecnologia per amplificare la relazione, non per sostituirla; sostenibilità come metodo, non come slogan».

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