l'analisi

Aumentano ancora gli occupati ma non i salari. Uno sguardo ai dati

5 Maggio 2026

Crescono i posti di lavoro in Italia ma, in realtà, non c’è molto da festeggiare

Un anno fa Giorgia Meloni si vantava di aver realizzato quella che un tempo era stata la promessa impossibile di Silvio Berlusconi: creare un milione di posti di lavoro. In effetti, gli occupati in Italia erano intorno ai 23 milioni nel 2022 quando la destra si è insediata al potere e oggi sono 24,1 milioni. Ma non c’è molto da festeggiare, e infatti quest’anno i toni governativi sono più cauti.

Anche perché gli ultimi dati mensili dell’Istat su marzo parlano di una riduzione degli occupati rispetto al 2025, 12mila in meno rispetto a un anno fa con un aumento degli inattivi di 261 mila unità. Una lunga frenata del mercato del lavoro sta diventando contrazione.

Inoltre, ai tempi di Berlusconi come in quelli di Meloni, non è che ogni posto di lavoro in più o in meno è merito o colpa del governo in carica.

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Contano la congiuntura internazionale e molti altri fattori, di breve e lungo periodo, dall’andamento dei prezzi alla demografia, e dunque bisognerebbe fare studi accurati per stabilire se e in che modo la variazione del numero di occupati e disoccupati dipende dall’azione del governo.

Gran parte dell’aumento dell’occupazione si deve poi al fatto che ci sono sempre più persone nella fascia di età una volta da pensione che invece, per l’innalzamento dell’età pensionabile, rimangono occupate a prescindere dalla volontà loro e delle aziende che le impiegano.

Soprattutto, per quanto sembri poco intuitivo, non è detto che sia una buona notizia se aumentano i posti di lavoro. Perché quando i posti di lavoro aumentano bisogna anche chiedersi perché succede: perché c’è una forte economia che ha bisogno di sempre più persone o perché il costo del lavoro scende e dunque c’è un incentivo perverso a pagare più persone in settori ad alta intensità di lavoro, come il turismo o la ristorazione, che producono ben poca crescita? Oppure ancora, ci sono molti occupati perché si riduce il numero di ore lavorate?

Sono vere un po’ tutte queste spiegazioni che spingono a pensare che l’aumento degli occupati certifichi il declino italiano, e non qualche fantomatica ripresa negli anni di Giorgia Meloni. E il fatto che il governo consideri un successo da rivendicare quella che è invece la misura dei problemi strutturali del Paese è forse l’aspetto più preoccupante.

Come ormai arcinoto, in Italia le retribuzioni reali, cioè al netto dell’inflazione, sono più basse che trent’anni fa. Secondo i dati dell’Ocse, tra 1991 e 2023 i salari reali in Italia sono scesi del 3,4 per cento, mentre in media nei Paesi industrializzati sono saliti del 25%, in Germania e Francia più del 30%.

Dopo la pandemia sono rimasti più o meno stabili negli altri grandi Paesi, segno che le politiche pubbliche di sostegno e gli adeguamenti contrattuali hanno compensato l’inflazione post-Covid. In Italia invece c’è stato un crollo, sempre per l’Ocse i salari reali in Italia tra 2019 e 2024 hanno perso l’8%.

Come insegnano alla prima lezione di Economia, se un bene costa meno aumenterà la domanda. Dunque, ci sono più occupati perché il lavoro costa meno di una volta. E questo, peraltro, riduce gli incentivi a innovare, cioè a usare capitale come fattore produttivo.

Perché spendere soldi per un abbonamento costoso a un servizio di intelligenza artificiale se puoi usare due stagisti sottopagati come manovalanza?

Come osserva l’economista Riccardo Trezzi su Lavoce.info, c’è poi un problema specifico che riguarda le ore lavorate, che tendevano a diminuire prima della pandemia e poi hanno iniziato ad aumentare.

Come si spiega? Semplice, l’inflazione ha eroso il costo reale dell’ora lavorata per addetto e dunque a molte aziende è convenuto far lavorare di più chi già aveva a libro paga. Perché mentre alzavano i prezzi dei prodotti finiti, non aumentavano allo stesso modo le retribuzioni. Insomma, con l’inflazione per alcune aziende il lavoro è diventato più economico e dunque ne hanno richiesto di più.

Se si guardano le differenze per categoria, poi, si scopre che alcuni gruppi di lavoratori hanno recuperato gran parte del potere d’acquisto, altri sono collassati. Se consideriamo pari a 100 le retribuzioni reali previste dal contratto collettivo nazionale per settore nel 2005, chi lavora nella manifattura sta intorno a 110, pubblica amministrazione e ristorazione stanno tra 90 e 95, mentre i giornalisti – che infatti protestano ormai spesso – a 80.

Come ha fatto a reggere il tessuto sociale sotto questa pressione? Semplice, in molte famiglie si è aggiunto un reddito da lavoro, magari a tempo ridotto, ma tutto è utile per recuperare potere d’acquisto. Anche così si spiega l’aumento del tasso di occupazione femminile - 6,4 punti tra 2008 e 2024 - soprattutto nel segmento delle lavoratrici più anziane: l’aumento è stato del 20 per cento per le over 50, anche per effetto dell’aumento dell’età pensionabile, e soltanto dell’1,4% per le 25-34enni.

Insomma, in molte famiglie dove prima lavorava solo l’uomo, di fronte all’erosione del potere di acquisto si è dovuta mettere a cercare qualcosa anche la donna. Ma questo è più un segnale di disperazione, che di dinamismo.

L’ultimo decreto Lavoro del governo Meloni approvato nei giorni scorsi non affronta alcun elemento di fondo. Alcune misure sembrano orientate a sostenere appunto l’occupazione ora che sta rallentando, come vari bonus assunzione ed esoneri contributivi per categorie fragili come donne, giovani e disoccupati da lungo tempo.

Altre misure sono condivisibili in linea di principio – come il premio alle aziende che hanno politiche di conciliazione tra vita e lavoro – ma hanno il difetto di molti interventi di questo genere: il modo in cui sono disegnate finisce per chi già ha comportamenti virtuosi, invece che incentivare altri datori di lavoro a cambiare approccio. Dunque, si tratta in ultima analisi di uno spreco di risorse.

Delle dinamiche sottostanti ai numeri problematici del mercato del lavoro non si parla. Anche perché per affrontare un problema bisognerebbe prima capirlo e ammetterlo.

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