Da Report a Deport il passo è breve

28 Agosto 2026

Adesso il dubbio non c’è più, aveva ragione Ranucci a non vacillare, a non dimettersi, a non accettare le proposte dorate che gli facevano

ROMA. Via il conduttore di Report. Via il capo della redazione di Report. Via il responsabile del progetto. Fin qui tutto prevedibile, perché erano tre ruoli riassunti nella stessa persona, Sigfrido Ranucci. Ma l’annuncio di ieri ha prodotto di più, perché alla notizia della nomina imposta dall’alto dei due nuovi conduttori scelti dalla Rai per sostituire il conduttore (Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi) anche i sedici inviati di punta hanno annunciato che sono intenzionati a non lavorare più per il programma a queste condizioni. Tre palle un soldo, si dice nel gergo, con un solo colpo il più importante programma di informazione della Rai (nonché il più redditizio, per il rapporto costi-introiti), viene smantellato con un perfido ma sapiente operazione di rottamazione. Non era solo Ranucci, il bersaglio - adesso è evidente - ma tutto il programma. Lo avevamo previsto a caldo, un mese fa quando (purtroppo) avevamo titolato “TENTATO RANUCCICIDIO”.

Perché questo era il progetto, ci dicevano le nostre fonti, appena l’inchiesta sull’attentato era diventato il pretesto per una campagna di denigrazione del conduttore. Adesso quella intenzione è diventata realtà: la character assassination di un singolo si è mutata nel piano di smantellamento chirurgico di un intero gruppo di lavoro. Il tempo, e la strategia del dividi et impera praticata dai vertici Rai ha avuto l’effetto di un bombardamento in stile Dresda. Far esplodere la redazione, far litigare i giornalisti, metterli di fronte al dilemma su come si può salvare il proprio lavoro o la propria professionalità. Questa deportazione forzata - adesso - rischia di produrre l’esito desiderato dai nemici politici di Report (sia a destra che a sinistra). Un simulacro di programma che ha la stessa collocazione di Report, il suo stesso nome, ma che non ha più il suo contenuto, i suoi ingredienti primari, i suoi volti noti, i suoi garanti e i suoi padri: in una parola, il suo certificato di qualità.

E tutto ciò a prescindere dalla bravura dei nuovi conduttori, uno dei quali, Daniele Piervincenzi, lo abbiamo celebrato su questo giornale quando ricevette meritatamente il premio Russo (leggere l’intervista avvincente di Giuliano Guida Bardi). L’esito, non indesiderato, è la tabula rasa in Rai e la sterilizzazione di una voce scomoda. Se questo accade, resta solo la stessa etichetta, appiccicata su una scatola vuota, che viene riempita di nuovi contenuti. Ma la Rai non sia un soprammobile su una scrivania di palazzo Chigi, ma un’azienda pubblica pagata con i soldi di tutti noi. Una società che non ddvd rispondere al governo, ma al parlamento che nomina i membri del Cda. Una notazione sul dramma scespiriano di queste ore: Ranucci era vittima di un attentato ed è stato fatto quasi passare per responsabile, da una abilissima campagna di stampa.

E i suoi collaboratori erano posti di fronte al dilemma: tradire il leader per provare a salvare la casa che brucia, o andare al patibolo. Bene, adesso il dubbio non c’è più, aveva ragione Ranucci a non vacillare, a non dimettersi, a non accettare le proposte dorate che gli facevano, sapendo che l’unica forza che è in grado di ribaltare questo progetto di annichilimento potrà essere un tribunale. È già accaduto: con Michele Santoro, e con Paolo Ruffini, entrambi defenestrati (da Raidue e da Raitre) e poi reintegrati per effetto della sentenza di un giudice. Se questo non accadrà il destino è scritto: Da Report a Deport il passo è breve.