Comunicato Stampa: “La psichiatra umana”, il libro di chi vuole restituire un volto alla cura

Una diagnosi può spiegare molto e, nello stesso istante, nascondere quasi tutto. Stabilisce coordinate, riconosce sintomi, orienta una terapia; rischia però di diventare un confine oltre il quale non si scorge più la persona. Nella cura della sofferenza mentale questa contraddizione appare ancora più profonda, perché il linguaggio necessario alla scienza può trasformarsi in un’etichetta e la protezione in controllo. Rimane allora una domanda essenziale: quanto spazio siamo disposti a lasciare alla storia, alla libertà e alla voce di chi soffre? È da questo punto vulnerabile, dove il sapere medico incontra la responsabilità dell’ascolto, che prende forma l’idea di una psichiatria capace di non separare la mente dall’essere umano che la abita.
In questo territorio si colloca "La psichiatra umana. Riflessioni di una psichiatra che ha scelto l’empatia, o come direste voi, l’eresia" di Federica Leonardi , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo . Il libro nasce da una scelta narrativa particolare: Leonardi racconta la vita e il pensiero della madre, la psichiatra Nicoletta Calchi Novati , adottandone la prima persona. L’autrice arretra consapevolmente per consegnarle il centro della scena, ma la sua presenza resta percepibile nella cura con cui raccoglie ricordi, battaglie e parole. Ne deriva un’autobiografia mediata, una storia pronunciata dalla protagonista e custodita dalla figlia, nella quale il documento professionale si intreccia a un gesto di affetto e di riconoscenza.
Premessa, prefazione e prologo introducono sedici capitoli, seguiti da un’appendice biografica. La struttura procede per cerchi concentrici. Parte dall’infanzia e dalla formazione, offre una panoramica sulla storia della psichiatria e si addentra nei nodi più controversi della disciplina: diagnosi, contenzione, trattamento sanitario obbligatorio, farmaci, sogni e alleanza terapeutica. Ai ricordi si alternano casi clinici, lettere, testimonianze e incursioni nell’arte e nel cinema. Più che seguire il disegno lineare di un trattato, il volume assume la forma di un archivio vivo, i cui frammenti interrogano la stessa idea di cura.
Il ritratto di Nicoletta Calchi Novati comincia a Novara, davanti all’ex manicomio presso il quale viveva con la famiglia. Da bambina utilizzava i soldi della merenda per aiutare un senzatetto; da ragazza avrebbe voluto studiare Filosofia, mentre la famiglia la spinse verso Medicina. Sarà l’esame di psichiatria, sostenuto a ventun anni, a ricomporre quella deviazione: nella disciplina riconosce una filosofia applicata alla vita. Gli studi a Milano e la lunga esperienza al Niguarda delineano una professionista rigorosa, ma insofferente verso ciò che riduce il paziente a oggetto di osservazione. La carriera diviene così la genealogia di una disobbedienza morale.
Il cuore del libro risiede nella distanza fra quella che Calchi Novati definisce psichiatria “ortodossa” e la psichiatria “umana” . Non è una contrapposizione elementare fra farmaci e parola: la protagonista prescrive medicinali e riconosce che, in circostanze estreme, possano servire misure obbligatorie. Contesta l’automatismo, il momento in cui la procedura smette di servire la persona e comincia a sostituirla. Le pagine più tese riguardano le contenzioni prolungate osservate in reparto, la medicalizzazione vissuta come destino permanente e il mobbing che afferma di avere subìto. Qui il memoir diventa testimonianza civile e la vicenda individuale rivolge una domanda al sistema: può una cura dirsi efficace se, nel proteggere il corpo, mortifica la dignità?
La risposta viene cercata attraverso una costellazione di maestri. In Karl Jaspers , Calchi Novati ritrova la necessità di affiancare alla spiegazione causale la comprensione dell’esperienza soggettiva; in Carl Gustav Jung , il valore delle immagini, dei simboli e del processo di individuazione; in Franco Basaglia , infine, il principio secondo cui libertà e terapia non possono essere pensate separatamente. Il capitolo dedicato alla storia della psichiatria, dall’antichità alla psicoanalisi, fornisce le coordinate di questa eredità. L’autrice non nasconde le divergenze né le riserve, ma dispone tali riferimenti lungo una traiettoria coerente: la scienza rimane indispensabile, purché non si trasformi in una lingua incapace di pronunciare il dolore del singolo.
Sono soprattutto le storie dei pazienti a sottrarre il discorso all’astrazione. I casi citati nel libro mostrano volti differenti della sofferenza e mettono alla prova le convinzioni della psichiatra. Il libro non racconta soltanto le possibilità della rinascita , ma anche l’ impotenza , la fatica di stabilire un’alleanza e il peso di decisioni che possono lasciare una traccia per tutta la vita. È questo uno dei suoi aspetti più persuasivi: il paziente non viene convocato come semplice conferma di una teoria, ma come interlocutore capace di modificarla. Anche quando una relazione terapeutica fallisce, resta il dovere di interrogare quel fallimento e di non trasformare chi soffre in un “mostro” rassicurantemente estraneo alla comunità umana.
L’orizzonte del volume si allarga all’ ansia , letta come ombra di una fragilità, e al décalage farmacologico , presentato come un percorso graduale e individuale da condurre sotto controllo medico. Un’attenzione particolare è riservata ai sogni : dopo aver ricostruito le posizioni di Freud e Jung, Calchi Novati espone un metodo maieutico e dialogico che evita significati prestabiliti. Arte e cinema svolgono una funzione analoga. Le tele dei pazienti, "Ti regalerò una rosa" di Simone Cristicchi e opere come "Prendimi l’anima" e "Tutto chiede salvezza" formano una galleria culturale nella quale la malattia mentale può essere guardata senza compiacimento e senza paura.
Anche lo stile riflette questa volontà di vicinanza. Federica Leonardi alterna sezioni informative a una prosa emotiva; le immagini delle catene, della ferita, della rosa e dell’anima rendono accessibili concetti specialistici e imprimono alla narrazione il ritmo di una deposizione. La scrittura non pretende neutralità: vuole testimoniare e lasciare un’eredità.
Il titolo racchiude il paradosso dal quale l’opera prende slancio. Definire qualcuno “psichiatra umano” dovrebbe apparire ridondante, perché l’umanità dovrebbe appartenere all’essenza stessa della medicina. La necessità di specificarlo denuncia invece una mancanza e, nello stesso tempo, indica un programma . Ancora più eloquente è la parola “eresia” scelta per il sottotitolo: un’accusa viene rovesciata in identità, il sospetto di non conformità diventa la rivendicazione di una coscienza professionale che non delega interamente a protocolli e gerarchie la responsabilità delle proprie decisioni. L’eresia evocata da Leonardi non coincide con il rifiuto del sapere, ma con il coraggio di ricordarne il fine.
In un tempo in cui la salute mentale è entrata nel discorso pubblico, mentre lo stigma continua a operare in forme meno visibili, La psichiatra umana offre un racconto accessibile e appassionato. Non domanda al lettore di condividere ogni tesi, ma lo costringe a sostare davanti a questioni che la consuetudine tende a rendere invisibili: la solitudine di chi cura, il potere delle istituzioni, il confine fra protezione e coercizione, la possibilità che una parola pronunciata nel momento giusto modifichi un destino. Al centro rimane l’atto elementare e difficilissimo di vedere l’altro . Perché, quando la cura restituisce un nome a chi era diventato una diagnosi, l’eresia smette di essere scandalo e torna finalmente a chiamarsi umanità.
La responsabilità editoriale e i contenuti di cui al presente comunicato stampa sono a cura di NEW LIFE BOOK

