L’editoriale

Ecco il retroscena della guerra Quirinale-governo

6 Febbraio 2026

«The day after. Ieri pomeriggio, dopo il sì definitivo del governo al decreto l’imbarazzo degli uomini della maggioranza era palpabile»

The day after. Ieri pomeriggio, dopo il sì definitivo del governo al decreto, al termine del pasticciaccio incredibile del cosiddetto “pacchetto giustizia”, l’imbarazzo degli uomini della maggioranza era palpabile: «C’è stata una proficua interlocuzione con il Colle», spiegava il ministro Matteo Piantedosi, facendo buon viso a cattivo gioco, «ci sono state giuste sottolineature, ma il testo del fermo preventivo è sempre stato così…». E subito dopo, insistendo con una battuta quasi amara: «Conosciamo un minimo di diritto anche noi...». Gli faceva eco Matteo Salvini: «Innanzitutto, sempre grazie a Mattarella», premetteva il ministro, ospite di Lilli Gruber, concludendo: «non mi risultano specifiche modifiche al testo chieste dal Colle». E che dire della presidente del Consiglio, che esortava i colleghi ministri con queste parole: «Spiegate ben il testo», diceva ieri Giorgia Meloni nella riunione, «e non usate la parola scudo penale». Cambiare il vocabolario per attenuare il colpo del boomerang mediatico prodotto dalle correzioni quirinalizie.

Un minuetto quasi incredibile, a ben vedere, se non fosse che oggi rappresenta il tentativo di nascondere le macerie rimaste sul campo dopo due giorni di conflitto istituzionale (solo apparentemente mimetizzato dalle paroline “dolci” che ho appena riportato) tra il governo e il Colle.

Alcuni quotidiani governativi in queste ore (su tutti Libero e Il Giornale) hanno dovuto far finta di non vedere lo scontro durissimo che si è celebrato sul testo originario della normativa. Secondo il Messaggero – addirittura – la sintesi era questa: “Intesa governo-Quirinale: sì al fermo preventivo”. Come se si trattasse di un negoziato sindacale.

Ma la prova lampante che dietro il buon viso al cattivo gioco restano sul campo i cocci rotti è che ieri uno dei pochi provvedimenti originari rimasti, nella comunicazione esterna, era il divieto di vendita (più simbolico e scenico, che altro) dei coltelli ai minori. La montagna, insomma, ha partorito il topolino. Mentre le tre misure principali con cui il primo testo del decreto era stato battezzato dalla Meloni e dai suoi ministri di fatto non esistevano più, abbattute con chirurgica e minuziosa meticolosità dal fuoco di contraerea della “moral suasion” di Sergio Mattarella. Non c’è più traccia dei tre provvedimenti-Bandiera, cancellati del tutto o completamente riscritti perché illegittimi o “incostituzionali” secondo i giuristi del Colle. Addio dunque all’incredibile idea dell’esosa “cauzione”, necessaria e indispensabile (nel primo testo emendato dal Quirinale) per poter organizzare una manifestazione. Addio alla formula originale del famoso fermo temporaneo, che poteva essere emesso dalle forze dell’ordine anche in virtù di un sospetto, su cui il governo è stato respinto con perdite dalle obiezioni del Colle: non potrà essere emesso senza indizi gravi e concreti, e non sarà - come spiega Piantedosi - appannaggio esclusivo delle forze dell’ordine.

Perché il fermo sia valido sarà indispensabile anche il vaglio di un giudice. Ecco un fotogramma che supera il decreto e che diventa un messaggio più importante, nelle stesse ore in cui, con qualsiasi pretesto, si gioca al tiro a segno sulla magistratura (proprio nell’imminenza del referendum confermativo sulla separazione delle carriere).

Un messaggio allo stesso tempo concreto e simbolico, queste parere obbligato del giudice, per limitare il potenziale abuso di una norma che sembrava scritta in “Ice style”. Ed ecco a cosa si riferiva la battuta quasi amara di Piantedosi di cui sopra («Conosciamo un minimo di diritto anche noi…»). Per non dire del famoso “Scudo penale”, altra misura riscritta dal correttore automatico quirinalizio: nel primo testo era solo per le forze dell’ordine. Adesso, dopo l’intervento di Mattarella, deve valere per tutti. Non era accettabile – hanno giustamente osservato i giuristi del Colle – che ci potesse essere una sola categoria di cittadini tutelata rispetto alle altre. Errori da matita rossa, con il senno di poi, che un occhio illuminato dal buonsenso avrebbe dovuto notare prima. Non era forse incredibile che un uomo vicinissimo alla Meloni come il presidente del Senato Ignazio La Russa, interrogato sul rischio che alcune misure fossero restrittive di alcune libertà, ancora martedì mattina spiegava: «Possono apparire misure da Stato di polizia». E subito dopo: «Per me», aggiungeva La Russa, «dovrebbero prevedere un fermo di ventiquattro ore, ma con la possibilità per il giudice di esprimersi sulla validità della misura». Faceva impressione immaginare che il padre fondatore di Fratelli d’Italia, seconda carica dello Stato, muoveva al governo le stesse critiche di Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni o di Elly Schlein. Ecco perché ieri è stata accantonata quella leggerezza quasi goliardica che solo un giorno prima consentiva al numero uno del Viminale battute come questa: «Ministro Piantedosi, davvero arrivano leggi liberticide?». E lui: «Mannò», sorriso, «solo a piccole dosi». Bene, adesso non si ride più. Si cerca di mettere in vetrina i provvedimenti superstiti spendibili presso l’opinione pubblica rimasti nel decreto (le super multe per i cortei in cui si celebrano atti violenti, le pene più alte per i borseggiatori, e – per l’appunto – i coltelli).

Ma riflettendo a mente fredda il centrodestra è finito per la seconda volta in pochi giorni ai ferri corti con il Quirinale (solo un mese fa si era fatto cancellare dal Colle un decreto con cui voleva limare le pensioni senza passare per un testo in Parlamento) ed è riuscita a cementare in Parlamento tutte le opposizioni in una mozione contraria. Con l’unica eccezione di Carlo Calenda, ormai interlocutore preferenziale del centrodestra (che del primo testo diceva: «La mozione della destra è votabilissima»).

È come se, sul tema dei diritti e delle garanzie costituzionali, si stesse ridisegnando la cartografia della politica italiana. Ed è per questo che non bisogna stupirsi se, in una intervista su questo giornale, il sondaggista Roberto Weber, spiegando perché veda il Sì e il No divisi da uno 0,2%, ha detto: «Per motivi diversissimi uniscono nel No al referendum tre categorie di elettori molto distanti tra di loro. I giovani, spaventati dall’America di Trump vista a Minneapolis, gli ex elettori comunisti che oggi votano Pd, e gli ex elettori democristiani che oggi votano Meloni». Categorie diversissime tra di loro, ma unite nella difesa della Carta, in un momento di crisi in cui in buona parte dell’Occidente il potere mette nel mirino le garanzie Costituzionali. Gli ultra cinquantenni che Brignoli dalla Dc e dal Pci vedono la nostra Carta Costituzionale come un bene rifugio». Sarà per questo che la Meloni faceva il pieno di applausi durante la visita in Emilia Romagna dopo l’alluvione, mentre oggi raccoglie fischi (sorprendenti) a Niscemi? Lei, abituata a navigare come un pesce in mezzo agli umori popolari, si ritrova chiusa nel fortino di Palazzo Chigi, o impegnata come una trottola in giro per il mondo. Alleata di un partito che ha appena subito la scissione vannacciana.

Appesa (forse per un errore) a un referendum sulla separazione delle carriere, che all’elettore medio pare scritto in ostrogoto. Scommette sul Sì combattendo anche contro la statistica: perché gli elettori di cui parliamo, negli ultimi anni, hanno bocciato sia la destra che la sinistra, sia Berlusconi che Renzi, sia Salvini, quando si sono immaginati padri Costituenti o demiurghi: onnipotenti e fragili, euforici e angosciati, perennemente bisognosi di piccoli plebisciti e “pieni poteri”.

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