Emma Bonino. Il corpo che cambiò l’Italia: vita di una liberale irregolare

Oggi la dipingono come progressista e femminista di scuola. Non lo è mai stata
Si presentò al seggio elettorale di Bra e chiese di essere arrestata. Aveva ventisette anni. Dichiararsi colpevoli di un reato che nessuno aveva contestato non era previsto nel nostro ordinamento giuridico. Quella figura, nel 1975, la inventò proprio Emma Bonino, consegnandosi come rea confessa di procurato aborto. Mise sotto processo non sé stessa, ma la norma. Fu l’inizio del metodo che avrebbe tenuto per cinquant’anni e che si riassume in una proposizione sola: i diritti non hanno bisogno di argomenti, ma di corpi.
Cominciò davanti a un pubblico ufficiale. È finita ieri in un letto di ospedale, dopo quattro giorni di agonia. Così, il primo e l’ultimo documento della sua vita pubblica sono referti. Più che una coincidenza, una coerenza.
Tra questi due estremi, mezzo secolo di altri referti, sempre resi pubblici. Gli scioperi della fame. Il tumore al polmone comunicato di persona, in diretta a Radio Radicale nel gennaio del 2015, con la precisione dell’anamnesi: sinistro, localizzato, asintomatico, sei mesi di chemioterapia già iniziata. La visita a sorpresa di Papa Francesco, nel novembre 2024, fotografata sulla terrazza di casa e diffusa da lei stessa: un pontefice e una radicale, uno di fronte all’altra, entrambi in sedia a rotelle. Due autorità che avevano piegato il proprio tempo, prima che il tempo piegasse loro.
Che fosse vocazione e non espediente lo dicono le sue origini. Veniva da una cascina del Roero, figlia di un commerciante di legname, con un liceo classico alle spalle e una laurea in lingue alla Bocconi nel 1972. L’argomento scelto per la tesi, però, suggeriva già la sua destinazione: l’autobiografia di Malcolm X, Una vita usata come arma. Tre anni dopo avrebbe usato la propria allo stesso modo. Emma aveva attraversato un aborto clandestino e ne aveva conservato, più del dolore fisico, la memoria dell’umiliazione. Ne trasse la conclusione che a nessun’altra dovesse toccare. Fondò a Milano, con Adele Faccio, il Centro, d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, organizzò l’assistenza a chi ne aveva bisogno, poi andò a consegnarsi. L’arresto arrivò insieme a Pannella e Spadaccia. Non fu un incidente, era il piano. Anche se quel piano era di un altro gigante.
Il corpo come strumento politico lo aveva inventato Marco Pannella, che ne aveva fatto la grammatica del Partito radicale molto prima che lei arrivasse: i digiuni fino al collasso, gli scioperi della sete, la disobbedienza rivendicata in aula, l’arresto cercato anziché subìto. Bonino ereditò il metodo, ma ne cambiò la natura. È in quel passaggio che sta l’intera storia del radicalismo italiano. Il corpo di Pannella era un’arma di durata e di ricatto: deperiva sotto gli occhi del Paese e diceva allo Stato che sarebbe morto se lo Stato non avesse agito. Il corpo di Bonino, invece, fu usato come un documento: si offriva alle autorità come prova, si esibiva come perizia, veniva depositato agli atti. Marco drammatizzava, Emma verbalizzava. Sono i due modi in cui una minoranza priva di voti può costringere una maggioranza cinica e distratta ad ascoltarla. Il duo Pannella&Bonino, per trent’anni, funzionò bene, pur con quella miscela di devozione e insofferenza che lega sempre l’erede al fondatore. Ma fu l’allieva a inventare qualcosa che il maestro non aveva pensato: l’autodenuncia. Non più il corpo offerto come pegno, ma il reato rivendicato come prova. Il processo — l’istituto giuridico temuto da chiunque — trasformato in una tribuna e il magistrato costretto a presiedere, suo malgrado, un dibattito pubblico. Nessuna contumacia, nessun cavillo, nessuna prescrizione invocata. Il contrario esatto di ciò che i legulei insegnano era la ragione per cui funzionava. Da lì in avanti il repertorio radicale non cambiò. Il tavolino con i moduli. Le firme raccolte al freddo davanti ai mercati. Il quesito referendario adoperato come protesi della rappresentanza. Divorzio, aborto, obiezione di coscienza, nucleare: nessuna di quelle conquiste civili è transitata da una segreteria di partito. Tutte sono passate dal marciapiede. Il che permette di formulare la verità che il ceto politico italiano non ha mai perdonato a Bonino e che oggi, nella gara dei cordogli, nessuno ripeterà: in questo nostro sciagurato Paese i diritti civili sono stati strappati contro il potere, non mai ottenuti attraverso il potere.
Bonino sarà compianta come icona progressista, e sarà una lettura comoda e falsa. È già nell’aria la figurina della femminista di scuola e della donna di sinistra, nella vulgata dell’epoca dell’approssimazione. Non fu nulla di tutto questo. Emma era liberale, nell’accezione antica e scomoda del termine: liberista in economia, libertaria nei costumi, ostile ai monopoli pubblici quanto ai divieti privati, nemica del finanziamento pubblico ai partiti e degli ordini professionali, europeista anche quando l’europeismo bruciava consenso anziché produrne. La prova non sta nei programmi, che si scrivono assecondando il vento, ma nelle nomine, che si ricevono da chi il vento lo governa: alla Commissione europea la designò un governo Berlusconi, al Commercio internazionale la chiamò Prodi, alla Farnesina Letta. Tre collocazioni reciprocamente incompatibili per chiunque altro, perfettamente coerenti per chi non apparteneva a nessuno dei due campi, perché li precedeva entrambi.
Dal 1995 al 1999, a Bruxelles, con le deleghe agli aiuti umanitari, alla pesca e alla tutela dei consumatori, il metodo Bonino conobbe la sua estensione internazionale. Perché in quegli anni Emma fece ciò che i commissari non facevano, e non fanno: andò di persona. Nei Balcani in fiamme, nell’Africa dei Grandi Laghi, nei campi profughi dove la presenza fisica di un membro della Commissione valeva più di una risoluzione. Aveva già pagato nell’Europa dell’Est, dove il sostegno a Solidarnoćs le costò l’arresto e l’espulsione dalla Polonia. Non le bastò, e si fece arrestare dai talebani a Kabul nel 1997, quando dell’Afghanistan non importava a nessuno e mancavano quattro anni perché ne importasse a tutti. Il corpo di una donna europea sotto il tiro dei kalashnikov, nel regime che alle donne negava perfino la strada. Nessun dossier avrebbe mai avuto la medesima eloquenza. Da quella prassi nacquero lo Statuto di Roma e la Corte penale internazionale, la moratoria universale sulla pena di morte approvata dall’Assemblea generale nel 2007, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, risoluzione Onu nel dicembre del 2012.
Un curriculum straordinario e irripetibile che qualunque grande partito europeo rivendicherebbe come patrimonio nazionale, ma che è orgoglio solo di una minoranza cronica che non ha mai avuto manco i numeri per approvare un ordine del giorno.
È qui la seconda ironia, che è tutta italiana. Nella primavera del 1999 i radicali ne lanciarono la candidatura al Quirinale con uno slogan che è un trattato di storia del costume: “Finalmente l’uomo giusto”. Il Colle non arrivò. Ma, pochi mesi dopo, fu il trionfo alle europee: la Lista Bonino raccolse l’8,5%, oltre due milioni e mezzo di voti, sette eurodeputati, quarta forza del Paese. Fu il momento in cui l’allieva superò il maestro, e non per modo di dire: sulla scheda, per la prima volta, c’era il suo nome al posto di quello di Pannella. Fu anche l’apice, e l’abbaglio. Dieci anni più tardi, alle europee del 2009, la medesima lista tornata a portare due nomi in luogo di uno si fermava al 2,4%. Nessun seggio. L’anno successivo la corsa alla presidenza del Lazio si concludeva malamente contro Renata Polverini. Vinceva i referendum e perdeva le elezioni: anomalia che nessun manuale spiega, se non ammettendo che gli italiani le riconoscevano ammirazione e rispetto, ma riservavano il voto a qualcun altro. Forse perché il metodo del corpo ottiene tutto tranne la delega: si può votare un programma, non si può delegare una biografia.
Le istituzioni con Bonino sono state più leali degli elettori, ed è qui che la distanza dal maestro si è fatta definitiva. Pannella nelle istituzioni non volle mai entrare davvero, convinto che il potere corrompesse il metodo. Lei ci si tuffò: presiedette l’aula di Palazzo Madama come vicepresidente del Senato dal 2008 al 2013, diresse la diplomazia italiana con il governo Letta. Il Quirinale, evocato più volte nelle conte parlamentari, non arrivò mai: era l’unica carica che le avrebbe imposto di tacere ciò che pensava, e la nomenklatura ebbe il buon gusto di non chiederglielo. Quanto al partito che ne portava il nome sulla scheda — unica personalizzazione che accettò, definendola l’emblema dei diritti civili — conviene dire poco, e con pietà: stava litigando sulla propria presidenza mentre la fondatrice entrava in codice rosso al Santo Spirito. Del resto, un nome si può trasmettere, mentre un corpo, cuore e cervello compresi, no.
Le intitoleranno, con ogni probabilità, una legge e qualche piazza. Ma il suo lascito non starà in una norma né in un viale: rimarrà incardinato nella formula che nessuno citerà nei necrologi. Habeas Corpus, che tu abbia il corpo. Che non è solo una garanzia contro le prigioni, ma un principio supremo: il corpo appartiene a chi lo abita e non allo Stato che pretende di amministrarlo. Per cinquant’anni Emma Bonino ha reclamato e affermato davanti al potere la sacralità politica del corpo. Ieri lo ha restituito.
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