Fina: «Votiamo no al referendum, la riforma intimidisce i giudici e nulla cambia per i cittadini»

11 Gennaio 2026

Il tesoriere nazionale Pd: «Lo scopo reale di questa consultazione è politico, va a influenzare sia l’equilibrio dei poteri dello Stato che l’assetto costituzionale»

L’AQUILA. Le ultime parole della premier Giorgia Meloni sono state benzina sul fuoco del dibattito che colloca in due trincee distinte politici e magistrati. Dibattito che alimenta lo scontro e avvicina al referendum del 22 e 23 marzo prossimi. Per Michele Fina, senatore abruzzese e tesoriere nazionale del Pd, questa è una riforma che non riforma. Che mina, anzi, gli equilibri costituzionali. E lo spiega in questa intervista.

Senatore, quanto è importante andare a votare per il referendum?

«È fondamentale, senza alcun dubbio: fondamentale andare a votare e votare un no deciso».

Ci spiega le sue ragioni?

«Qui non siamo di fronte a un referendum tecnico o marginale, ma a una consultazione che incide sull’equilibrio dei poteri dello Stato e sull’assetto costituzionale della giurisdizione. Andare a votare significa esercitare una scelta diretta su un tema che non riguarda i magistrati in quanto categoria, ma i cittadini tutti».

Addirittura...

«Capisco la sfiducia e capisco benissimo che le priorità del Paese siano altre, a partire dagli stipendi bassi e dal costo della vita. Priorità di cui il Governo non si occupa. Andare a votare significa anche dare un forte segnale alla politica perché torni ad occuparsi della vita vera delle persone».

Secondo lei qual è lo scopo reale del governo con questa riforma?

«Punire, delegittimare e intimidire i giudici. Quindi, al di là delle dichiarazioni ufficiali sull’efficienza e sulla modernizzazione, lo scopo reale è politico. D’altra parte Giorgia Meloni è stata chiara: tutti gli insuccessi di questo Governo sono colpa di altri. L’Europa, gli immigrati, le opposizioni ma soprattutto i giudici. Quindi è una riforma che non parte dai dati, ma da una narrazione».

A che cosa allude?

«Alla narrazione del magistrato che invade il campo della politica. Il risultato è un intervento punitivo e simbolico, che mira a ridurre l’autonomia dei giudici».

Ma non ritiene che vi sia un problema di giustizia in Italia?

«Certo, ma non è minimamente quello contenuto nella riforma. Il problema della giustizia italiana non è il passaggio di carriera dello 0,4% dei magistrati all’inizio della propria vita professionale. Dato eclatante che fa capire che già la ministra Cartabia aveva risolto nei fatti il tema della separazione delle carriere. La giustizia ha piuttosto un problema di risorse, di organizzazione, di tempi».

Tocca un nervo scoperto.

«I processi durano troppo perché mancano cancellieri, tecnici informatici, strutture adeguate. I magistrati lavorano in condizioni spesso emergenziali. La giustizia è lenta perché lo Stato ha scelto di non investirvi seriamente, ad esempio su formazione e rafforzamento delle polizie giudiziarie. Poi c’è il disumano sovraffollamento carcerario. Nessuno dei problemi veri della giustizia viene affrontato e risolto da questa falsa e pericolosa riforma».

Non ritiene che la vicenda della casa del bosco di Palmoli abbia inasprito lo scontro tra magistratura e Governo?

«Questo caso, Garlasco, i processi a Berlusconi, Tortora e chi più ne ha più ne metta. Tutte vicende diversissime tra di loro, che non hanno niente a che fare con il referendum, ma che vengono usate per aizzare un sentimento di odio verso i giudici. Episodi specifici vengono trasformati in paradigma di un sistema malato. È una tecnica comunicativa precisa: si prende un caso mediaticamente forte e lo si utilizza per delegittimare l’intero ordine giudiziario. D’altra parte, tutto questo è rivelatore più di ogni altra cosa del vero intento del Governo di cui ho già detto».

Quali sono i principali rischi della riforma Nordio?

«Nel merito, il rischio maggiore è quello di indebolire i principi costituzionali senza ottenere alcun beneficio concreto. La separazione delle magistrature, non delle carriere che già c’è, così come proposta, rompe l’unità della giurisdizione sancita dalla Costituzione. Il pubblico ministero non è un avvocato dell’accusa: è un magistrato che dovrebbe agire nell’interesse della legge, non della condanna. Spaccare in due la magistratura significa introdurre una cultura antagonista che non appartiene al nostro sistema e che paradossalmente creerà un corpo di accusatori che inevitabilmente dovranno essere più spietati possibile. Altro che garantismo. Corpo di accusatori che è destinato inevitabilmente a finire sotto l’esecutivo. Inoltre, l’istituzione di due Csm distinti, per giunta con il meccanismo del sorteggio, rappresenta un arretramento grave sul piano della rappresentanza e dell’autogoverno».

La riforma viene presentata come riforma della giustizia. Inciderà davvero su tempi dei processi, carenze di personale e investimenti tecnologici di cui lei parla?

«Ovviamente no, lo ha ammesso anche Nordio. E questo è il punto centrale. Chi aspetta una sentenza in Abruzzo o vede rinviare un’udienza per carenza di personale non avrà un giorno in meno di attesa con questa riforma. Una riforma vera sarebbe utile ma non questa. Questa non incide minimamente sui tempi dei processi. Non assume personale, non rafforza gli uffici, non investe in digitalizzazione e organizzazione. Tutte le leve che potrebbero migliorare il servizio giustizia restano fuori dal perimetro dell’intervento. È una riforma che non agisce sul funzionamento quotidiano dei tribunali».

Sostiene dunque che per il cittadino non cambierà nulla?

«Nulla, se non in peggio: i processi continueranno a durare anni, con buona pace delle promesse di efficienza».

Separazione delle carriere: è davvero questo il nodo?

«Assolutamente no. Ripeto, il passaggio di carriera tra una funzione e l’altra è già oggi fortemente limitato e residuale. Non è questo a determinare le distorsioni del sistema. Insistere su questo punto significa costruire un problema che non esiste. Il vero rischio, invece, è che il pubblico ministero perda progressivamente la cultura della giurisdizione e venga trasformato in un soggetto orientato esclusivamente all’accusa. Questo altererebbe l’equilibrio del processo penale e indebolirebbe le garanzie dell’imputato».

Due Csm con il meccanismo del sorteggio: perché secondo il vostro partito sono un elemento negativo?

«Perché il sorteggio non è garanzia di indipendenza, ma di casualità. L’autogoverno della magistratura è una funzione delicata che richiede competenza, esperienza e responsabilità, come ben chiaro ai costituenti. Spezzarlo in due organi separati, per di più composti in parte per sorteggio, significa indebolirlo. Non si riducono così le degenerazioni correntizie. Al contrario, si crea un sistema più fragile, più opaco e potenzialmente più esposto a interferenze esterne. Ma è evidente che avere un potere giudiziario più debole e più marginale è il vero obiettivo di questa maggioranza».

L’Alta Corte disciplinare a cosa potrebbe portare?

«A una magistratura più condizionata e meno indipendente. Centralizzare il potere disciplinare, separandolo ulteriormente dall’autogoverno, rischia di trasformarlo in uno strumento di pressione. Il messaggio implicito è chiaro».

Quale sarebbe?

«Chi tocca situazioni sensibili potrebbe pagarne le conseguenze. Questo non migliora la qualità della giustizia, ma incentiva l’autocensura. Una giustizia che ha paura non è una giustizia più giusta».

Riforma da bocciare senza attenuanti?

«È una riforma sbagliata, punto. Perché parte da una diagnosi errata e propone soluzioni inefficaci. Non migliora il servizio di giustizia, non tutela meglio i cittadini, non accelera i processi. Incide invece sull’equilibrio costituzionale, indebolendo l’indipendenza della magistratura e introducendo elementi di frammentazione e controllo che nulla hanno a che vedere con l’efficienza. Difendere la Costituzione oggi significa dire con chiarezza che la giustizia potrebbe essere riformata, ma non colpendo la magistratura, piuttosto investendo nel diritto dei cittadini ad avere processi giusti, rapidi e imparziali. Questo, se si vuole davvero, si può fare».

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