Il caso Buttafuoco

Uomo di destra con la mente libera, uomo di destra indipendente che in queste ore viene processato e inquisito, in magnifica stereofonia, dai conformisti di destra e di sinistra
Forse sarà il caso di erigere un piccolo e simbolico monumento a Pietrangelo Buttafuoco, uomo di destra con la mente libera, uomo di destra indipendente che in queste ore viene processato e inquisito, in magnifica stereofonia, dai conformisti di destra e di sinistra.
C’è qualcosa di grottesco nel tentativo di imporre per legge al presidente della Biennale di Venezia chi invitare e chi no nella mostra che lui cura, e che dovrebbe curare – per Statuto – in piena autonomia. C’è qualcosa di ancora più grave nel tentativo di farlo nel nome della libertà contro i regimi: una decisione autoritaria non può essere invocata come una prova di democrazia. C’è poi qualcosa di squallido nel tentativo di definire Buttafuoco come “Putiniano”, o “tardosovietico” proprio lui che – nato missino – considera la caduta del muro di Berlino come uno dei giorni più felici che ha vissuto in vita sua. E fa ridere, solo per non piangere, l’idea che a provare a piegarlo sia il ministro Alessandro Giuli, diventato giornalista ne Il Foglio di Giuliano Ferrara, proprio grazie a Buttafuoco. Noi che lo abbiamo ascoltato per anni solfeggiare con tono adorante le lodi del maestro di una vita, restiamo come minimo perplessi di fronte alle battute di un ministro discepolo che tratta il maestro come un discolo ribelle, e fa filtrare nei retroscena che gli corregge l’ablativo. Poi, da vero liberale, gli manda gli ispettori a caccia di uno scontrino con cui processarlo ma (come era ovvio) nulla è stato trovato. Peggio dell’ingratitudine c’è solo l’ingratitudine dettata dalla presunta realpolitik. Infine, l’ultima vignetta grottesca di questo affresco, sono i radical chic (autopresunti di sinistra) che invocano l’intervento censorio contro il reprobo. Chiedono all’odiato governo Meloni di mettere le manette alla libertà di pensiero di Buttafuoco.
Nel suo bellissimo discorso di mercoledì Buttafuoco – in realtà – provava a spiegare che «Venezia non può chiudere il passaporto». Che non si possono opporre barriere ideologiche alla cultura, che «non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia che hanno sempre raccontato così il mondo».
E invece, del tutto inconsapevoli dell’assurdo, le voci di questo coro conformista invocano un intervento censorio del governo contro il presidente di un istituto culturale (uno dei più importanti in Italia) che dovrebbe per sua stessa natura agire in autonomia dalla politica.
Due notazioni: il giudizio sulle scelte di uno Stato non può essere motivo di discriminazione in un festival culturale: altrimenti consentiremmo alla guerra di chiudere l’ultima frontiera che non possono occupare con le armi, quella delle idee. E infatti, per quel che mi riguarda, pur avendo un giudizio durissimo sulla politica del governo Netanyahu a Gaza e in Libano, ho combattuto in ogni occasione possibile contro l’invito alla censura degli artisti israeliani nelle rassegne e nei saloni del libro, persino (è accaduto anche questo) nel Festival del fumetto. Ma, a parte il fatto che questi intellettuali, quasi sempre, sono quelli più duri contro la guerra, pensate che senso avrebbe avuto, in odio al fascismo, chiudere le porte a letterati come Luigi Pirandello (che pure era iscritto al PNF!), o a Umberto Saba, ad Eugenio Montale, o a un pittore come Carlo Carrà. Ho fatto non a caso questi esempi perché Carrà era un pittore comunista, Pirandello come abbiamo visto era fascista, mentre Montale potrebbe essere giudicato un liberale impolitico («La storia non è magistra di nulla che ci riguardi»). La loro arte non riguarda la loro ideologia. I citrulli che gridano al “boicottaggio” dei russi, come a quello degli artisti e degli scienziati israeliani avrebbero dovuto ascoltare le parole del presidente della Biennale: «Il metro di giudizio non può essere quello che piace a noi». E soprattutto: «Questa è una Biennale che non vuole risolvere, ma mostrare, aprire alle domande. Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Mi preoccupano – dice Buttafuoco – la censura anticipata, le dichiarazioni che piovono da ogni dove costruendo un verdetto prima del confronto. La Biennale – ha osservato – non è un tribunale. È un giardino di pace». Proprio così. Questi stolti, negli anni del nazismo avrebbero chiuso la porta a Bertolt Brecht, il più implacabile fustigatore di Hitler, con l’argomentazione che era tedesco.
Quindi il tema non è né Putin né Ben-Gvir, né gli ayatollah. Ma piuttosto quello che pensiamo noi: la nostra idea della libertà, della complessità, che non possono essere oscurate dalle bandiere degli ideologi ottusi, sempre in cerca del consenso delle curve e degli applausi facili.
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