Il grande bluff sul Venezuela e il fragile imperialismo Usa

Il regime di Maduro resiste anche senza Maduro e arresta i giornalisti. La prima cosa che ha fatto Delcy Rodriguez è stata vedere gli ambasciatori di Cina, Russia e Iran
ROMA. L’attenzione si è già spostata sulla Groenlandia, perché Donald Trump ci costringe ad adeguarci alla sua capacità di mantenere l’attenzione soltanto per pochi minuti. In parte è inevitabile: la possibile annessione dell’isola artica che è geograficamente nel continente americano ma sotto la sovranità della Danimarca sarebbe un atto ostile nei confronti dell’intera Unione europea e segnerebbe la fine della Nato.
Alcuni dei principali capi di governo europei – inclusa questa volta Giorgia Meloni – hanno firmato un comunicato che ribadisce la rilevanza della Groenlandia per la sicurezza europea e che la sicurezza dell’isola va garantita insieme alla Nato, agli Stati Uniti e nel rispetto della carta delle Nazioni Unite. Tradotto: senza un’annessione unilaterale da parte di Trump.
Ma il presidente americano sa perfettamente che prendersi la Groenlandia, come ha annunciato fin dall’inizio del mandato, è incompatibile tanto con la Nato quanto con l’Onu: è proprio per questo che la vuole. Per dimostrare che il nuovo ordine mondiale si fonda sulla volontà assoluta degli Stati Uniti, almeno nella loro sfera di influenza, non più mediata da organizzazioni che servivano soltanto quando gli interessi americani o presunti tali erano in linea con quelli degli alleati. Mentre pensano alla Groenlandia e alla fine della Nato, i leader europei non devono però distogliere lo sguardo dal Venezuela: perché il vero punto di fragilità dell’imperialismo trumpiano è che non funziona. È un bluff.
O, per essere più precisi, ottiene risultati opposti a quelli che promette: l’accordo con i talebani nel 2020 non ha portato la pace in Afghanistan ma l’umiliazione dell’America, l’intesa in 24 ore per fermare la guerra in Ucraina non c’è stata e l’unico risultato è una Russia più aggressiva, i dazi del 2025 hanno fatto aumentare le esportazioni europee, con la tregua a Gaza i palestinesi muoiono soltanto più lentamente, il bombardamento dell’Iran non ha fermato il programma nucleare e così via.
In Venezuela la rimozione del presidente illegittimo Nicolás Maduro non ha significato la fine del regime oppressivo e anti-americano ma, per quanto sembri incredibile, ne ha garantito la continuità, con l’unica vera alternativa, cioè la premio Nobel per la Pace María Corina Machado, emarginata e delegittimata. La nuova presidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, è illegittima quanto il predecessore, visto che è lì grazie alle medesime elezioni truccate del 2024.
Ma l’idea che l’intervento in Venezuela serva a esportare la democrazia circola solo tra i poco informati commentatori italiani: Trump non l’ha mai detto. Da Caracas arrivano già le cronache della nuova repressione con i militari – compatti a sostegno del regime – che arrestano giornalisti, almeno 14, e chi osa manifestare approvazione per l’arresto di Maduro. L’impatto geopolitico per ora sembra scarso: la prima cosa Rodríguez ha fatto è stato incontrare gli ambasciatori di Cina, Russia e Iran, per confermare i rapporti con i Paesi più ostili agli Stati Uniti.
Il Financial Times racconta di un certo allarme in Cina, ma soprattutto per il rischio di non recuperare i capitali investiti in progetti di lungo periodo negli ultimi anni: già dal 2019-2020 il flusso di investimenti cinesi in Venezuela ha rallentato, visto che un po’ ovunque Pechino ha ripensato la sua strategia di influenza nei Paesi più poveri. Certo, la Cina è il primo importatore di petrolio dal Venezuela, ma questo è importante per Caracas che ha bisogno di compratori visto che non riesce a vendere ai Paesi occidentali per le sanzioni americane. Per i cinesi il petrolio venezuelano è quasi irrilevante, vale soltanto il 5 per cento delle forniture e ora verrà sostituito.
L’unico Paese che potrebbe davvero risentire del possibile controllo americano sul petrolio del Venezuela è Cuba, che però già ora dipende molto più dal Messico. Dunque, per far cadere il regime cubano forse bisogna prima piegare il governo messicano: vasto programma, diciamo. Anche il traffico di droga non c’entra nulla, la cattura di Maduro non renderà gli Stati Uniti più sicuri: la versione 2025 delle accuse del dipartimento di Giustizia è diversa in un dettaglio cruciale rispetto a quella del 2020.
Come ha osservato il New York Times, il governo americano ha di fatto dovuto ammettere che il presunto Cartel de los Soles del quale Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste. O meglio, non è un cartello della droga ma soltanto il modo in cui viene definito il sistema di potere politico-militare che governa il Venezuela e che di certo beneficia anche del traffico di droga. Ma questo significa che Maduro è stato rapito e deportato in quanto presidente corrotto e violento, non perché nel tempo libero era un signore della droga.
Insomma, a meno di una settimana dal blitz del 3 gennaio l’operazione Venezuela è difficile da valutare. L’analogia con l’Iraq non regge: a Caracas gli Stati Uniti non vogliono esportare la democrazia e prima di attingere al petrolio venezuelano ci vorranno anni, comunque oggi l’economia americana è autosufficiente per il greggio, a differenza che nel 2003.
L’operazione in Venezuela inizia a sembrare un po’ la guerra in Afghanistan: una prova di forza che rischia di trasformarsi in un attimo in un’imbarazzante ammissione di fragilità, visto che al potere ci sono gli stessi di prima che fanno le stesse cose di prima. La differenza principale con l’Afghanistan è che non ci sono soldati americani a morire sul terreno. Ma sono passati soltanto pochi giorni, se gli Stati Uniti non riusciranno a controllare il Paese a distanza, Trump ha già detto di “non essere spaventato” dall’idea di un intervento militare diretto.
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