Il Maradona dell’enologia: Cotarella “evangelizza” il Montepulciano d’Abruzzo

La cosa più bella è sentirlo parlare di vini abruzzesi come un cardinale che dice messa, mentre le sommelier versano vino nei calici, come se distribuissero ostie
VERONA. Lo status symbol, a Vinitaly, sono i secondi piani nelle architetture degli stand. Ovvero il padiglione che si eleva nella fiera, in altezza, simbolo di ricchezza e di prosperità: il secondo piano se lo possono permettere solo le cantine con forte capacità di spesa. Alla fiera, all’ora di pranzo, al secondo piano dello stand della cantina Citra, arriva la guest star, Ricardo Cotarella. L’evento del giorno. Seguono, se devo spiegarvi chi è, due pagine di curriculum: umbro, di Terni, dal 2013 presidente di assoenologi, inventore - tra gli altri dei vini di Massimo D’Alema e di Bruno Vespa. Un genio. Nel mondo dei vini Cotarella é il maestro assoluto dei blend, il re dell’establishment, il guru alchemico delle uve. È come dire: vado a palleggiare con Diego Armando Maradona. Cotarella - ciuffo argenteo vaporoso - è il Maradona dei vini italiani.
Io all’inizio parto scettico, (confesso) ma dopo dieci minuti che lo ascolto rimango incantato. Di più, tramortito. Cotarella, infatti, sembra un cardinale porporato (anche la ficca è bordeaux) e parla come un guru. È vestito di porpora, si presenta contornato dal presidente e dall’enologo del consorzio, che al suo fianco sembrano dei chierichetti impegnati a officiare il rito sacrale. Ogni sua frase pare un verso evangelico: “Il vino sente maledettamente le stagioni. Il Montepulciano è l’unico vino che ha un invecchiamento eterno. Più è vecchio è buono”. Rimango incantato da Cotarella, ovviamente, ma la cosa più bella è sentirlo parlare di vini abruzzesi come un cardinale che dice messa, mentre le sommelier dell’associazione versano vino nei calici, come se distribuissero ostie.
“Fateci caso. Il primitivo - sud Cotarella - non assomiglia alla Puglia, il Sangiovese non assomiglia alla Toscana: solo il Montepulciano assomiglia agli abruzzesi, anzi, li educa”. L’omelia delle emozioni si spegne, dentro di me, solo quando ritorno allo stand di Chiara Ciavolich, che come al solito pare un centro studi geopolitico: la mattina ci sono i compratori maltesi, il pomeriggio i compratori macedoni. Ricarico l’iPhone alla sua presa, e intanto apprendo la geografia dei codini etilici. Passo la serata alla cantina Pasetti, e mi ritrovo calato dentro un avvincente e drammatico romanzo di formazione abruzzese. Due fratelli, alla sesta generazione di coltivatori, litigano, e scindono la cantina di famiglia in due ragioni sociali: da un lato Mimmo, che conserva il brand di famiglia, dall’altro, Rocco, che crea l’etichetta Contesa.
Si sono divisi, un quarto di secolo fa, in uno scenario di lacrime e sangue. E adesso invece - potenza del vino - stanno intorno allo stesso tavolo, uno che fa visita all’altro. Solo tre anni di età separano i fratelli, adesso la rabbia è passata, adesso uno dice all’altro: “Su questo avevi ragione tu…”. E non è ipocrisia, è saggezza imbottigliata. In mezzo c’è una famiglia in cui c’è stata la cessione di sovranità ai figli trentenni, c’è il matriarcato abruzzese, c’è il perdono laico. Esco da questo dialogo non riproducibile tra i due fratelli, sempre più convinto che il vino è metafora del sangue che si sparge in ogni contesa. Ma è anche l’unico possibile sigillo per chiudere una faida. La squadra de Il Centro - Domenico, Daniele, chi scrive - è testimone di questa storia.
Ma, miracolosamente, sopravviviamo anche all’immancabile serata tecnologica del padiglione Calabria. Decibel, alcol, repertorio italiano, Sal Da Vinci cantata in coro. Sono un italiano vero. Allo stand Pasetti, fra l’altro, hanno inventato la risposta cerasuolica allo spritz, e lo hanno ribattezzato “Ceratronic”. Se lo brevettano conquisterà il mondo. Siamo, orgogliosamente, l’ultima macchina del parcheggio nella fiera in cui ancora si sollevano i cori degli ultimi, irredimibili, ubriachi.
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