Intervista a Pino Mauro: «Giusto chiedere salari alti, servono idee lungimiranti»

L’economista: se il prezzo del petrolio sale, la crescita si ferma
PESCARA
Professore, tre concetti direttamente dalle piazze del grande sciopero: salari più alti, scala mobile e no al riarmo.
«Andiamo con ordine. Sa di quanto è cresciuto il Pil (Prodotto interno lordo, ndr) dell’Italia nel terzo trimestre di quest’anno?».
Quanto?
«Zero. Non solo non è cresciuto, ma davanti a noi si apre uno scenario preoccupante».
Cioè?
«I modelli econometrici presentati di recente da Banca d’Italia e Confindustria prevedono l’azzeramento della crescita in caso di shock petrolifero prolungato sopra i 120-126 dollari al barile. Vuol dire che se superiamo quella soglia, la crescita si ferma».
Però, intanto, aumenta il debito pubblico.
«Perché crescono i tassi di interesse. Partiamo da questo: dobbiamo evitare che la Banca centrale europea li aumenti come freno per l’inflazione».
Qual è il rischio?
«La recessione. Ma una luce in fondo al tunnel c’è, gliela spiego».
Già professore ordinario di politica economica all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara, Pino Mauro guarda ai dati del carovita con una lucidità che non tradisce segni di scetticismo. E con l’inflazione che galoppa, traccia la direttrice da seguire per non cadere nella spirale della paranoia.
Partiamo dal dato sotto gli occhi di tutti: nel 2020 la benzina costava 1,38 euro al litro. Oggi si muove attorno ai due euro. Come ci siamo arrivati?
«Subito dopo la crisi del Covid abbiamo affrontato due ondate di inflazione: quella del 2022, alimentata dagli effetti della guerra in Ucraina, e quella degli ultimi mesi che dipende da due matrici esterne».
Ovvero?
«La guerra nel golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma in mezzo c’è anche l’effetto Trump: un’incognita che destabilizza il mercato».
Come si arriva alla pompa di benzina e al carrello della spesa?
«Le ondate inflazionistiche colpiscono i protagonisti della vita economica, famiglie e imprese. Per le prime, oggi la disponibilità economica è fortemente ridotta. Negli ultimi sei anni la perdita di potere d’acquisto è stata di circa 3mila euro».
Per le imprese?
«Lì a pesare è soprattutto l’aumento del costo dell’energia. Questa impennata dei prezzi, unita a un mercato profondamente instabile, riduce drasticamente i margini di manovra per le politiche espansive. E quando un’azienda non investe, non cresce e anche le possibilità occupazionali si riducono. È un insieme di ingranaggi».
I salari bassi.
«Sono fermi, proprio come il nostro Pil. Non crescono, restando inferiori alla media europea».
Ma in termini di salario reale, c’è stato un calo. A proposito di inflazione.
«Sì, con l’aumento dei prezzi i salari reali sono diminuiti di circa il 9% rispetto al 2021. Significa che c’è un rallentamento sensibile nella domanda dei beni di consumo. Dovrebbe interessarci, perché i consumi sono la componente significativa del nostro Pil».
Ma sono sicuro che se le chiedessi un parere sulla reintroduzione della scala mobile, si direbbe contrario.
«Non l’ho mica abolita io...».
Traduco: ci sono state ottime ragioni per farlo.
«Non funzionava, si creava una spirale salari-prezzi-salari da cui era impossibile uscire. Alzavi i salari e aumentava l’inflazione, quindi i salari aumentavano ancora...».
Un cortocircuito.
«Esatto».
Quindi che si fa? Tagliamo il cuneo fiscale?
«Più efficace, sì».
Perché?
«Se tagli il carico fiscale sui dipendenti, incentivi l’aumento dei consumi. Non è matematico ma ha una sua logica. A quei ragazzi che sono scesi in piazza, a quelli che se ne vanno fuori regione o all’estero, bisogna dimostrare che c’è una strada per dare loro salari adeguati, in linea con i nostri vicini di casa europei».
Andiamo al peccato originale: le aziende giocano a ribasso?
«C’è anche questo, ma è riduttivo. I rinnovi contrattuali devono essere fatti in maniera rapida, non dopo quattro o cinque anni, quando l’inflazione è ormai cresciuta e tu, come mercato, sei rimasto indietro. Ma il problema fondamentale è la poca produttività delle imprese».
Cioè?
«Se manca la produttività, manca la crescita e la possibilità di garantire salari all’altezza. E l’Italia è un Paese dove le imprese, in media, investono poco in nuove tecnologie e in termini infrastrutturali».
Soprattutto nel Mezzogiorno, l’iniziativa imprenditoriale è la microimpresa.
«E questa è certamente una delle concause di questo impasse. La microimpresa, foriera di artigianalità e forti legami con il territorio, non ha la massa critica per affrontare gli investimenti che oggi il mercato richiede».
Ci dice una misura strutturale che non abbiamo ancora considerato contro il carovita?
«È un mare magnum, però mi sembra che il dibattito sia sempre fossilizzato sul garantire le pensioni. Si gioca su questo, va bene. Però dobbiamo mettere al centro le politiche giovanili, sono loro i cardini della prossima crescita economica».
Una stilettata alla manovra appena presentata dal governo.
«Oddio, si fa quel che si può...».
Prego?
«È una manovra che ha le mani legate dalla morsa del debito pubblico. E infatti la realizziamo, in parte, in deficit».
Cosa la convince?
«Quel bonus di 100 euro ai neonati potrebbe aumentare la natalità, se vogliamo essere ottimisti».
Giusto per avere il quadro completo, diciamo che vogliamo essere molto pessimisti.
«Va tutto contestualizzato in un momento storico di aumento dell’inflazione. Quel problema permane anche con la distribuzione dei bonus, bisogna guardare oltre».
Cioè?
«Viviamo in un’Italia delle emergenze e non riusciamo a ragionare nel medio-lungo raggio».
Giuseppe Conte, all’indomani dell’annuncio delle primarie per il Campo Largo, ha rilanciato il reddito di cittadinanza nel programma. Quella misura funziona?
«Quando è uscita fuori, è stata una innovazione interessante. Abbiamo visto poi cosa ha portato: situazioni eticamente inaccettabili e sprechi finanziari enormi».
L’altro cavallo di battaglia di quel fronte è il no al riarmo europeo.
«È un fenomeno, per l’appunto, europeo. Così va letto. Difendere la pace è importante, ma doveva esserci una gestione centrale più matura da parte dell’Unione. Ma non possiamo pensare di tirarci fuori dalle dinamiche internazionali, soprattutto noi italiani. Soprattutto noi abruzzesi».
Perché?
«La struttura produttiva dell’Italia e dell’Abruzzo è legata a doppio filo con l’esportazione. Se la nostra economia è cresciuta è grazie all’export. Vuol dire che siamo, per natura, una regione aperta, che deve fare i conti con gli scenari internazionali».
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