Intervista al professor Gian Enzo Duci «Le petroliere in viaggio per caricare l’oro nero Usa, gli States ora fanno affari»

L’amministratore delegato di Esa Group, operatore italiano leader nella gestione navale in conto terzi e dei servizi all’armamento: «la merce trova sempre una via per il mercato».
PESCARA
Mentre la tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele sale e il presidente Usa sfida la Guida Suprema a chi sa tenere meglio chiuso lo Stretto di Hormuz, la crisi energetica imperversa e lo spettro della recessione si agita sui mercati globali. Intanto sul terreno la tensione militare aumenta ma sulla mappa le mega-petroliere si muovono e si dirigono verso altri lidi — perché come dice il professor Gian Enzo Duci, amministratore delegato di Esa Group, operatore italiano leader nella gestione navale in conto terzi e dei servizi all’armamento: «la merce trova sempre una via per il mercato».
Professore, la mossa di Trump sul blocco navale a Hormuz non è dunque solo escalation. Ci sono delle petroliere in viaggio: verso dove?
«L’immagine è abbastanza chiara. Le petroliere che hanno atteso per qualche settimana davanti al Golfo Persico, fuori da Hormuz, hanno da qualche giorno iniziato a dirigersi in maniera costante verso il Golfo del Messico: stanno andando a caricare petrolio americano. Ricordiamoci: dal Golfo Persico uscivano 20 milioni di barili al giorno, su un totale di 77 milioni di barili che si muovono via mare ogni giorno nel mondo – si arriva a 102 milioni contando gli oleodotti. Per certi versi quella che probabilmente è una sconfitta sia politica che militare per gli Stati Uniti sta portando un risultato estremamente importante alla lobby dei petrolieri – comunità che non è un segreto abbia supportato Trump – e sta rendendo gli USA il vero ago della bilancia degli approvvigionamenti energetici di una parte del mondo che si era rivolta al mondo arabo».
Il tema diventa il viaggio delle super-navi cariche di oro nero. Quanto ci mettono in più?
«Non è uno scherzo, ma va detto che l’allungamento del viaggio non incide così tanto come si potrebbe pensare. Queste navi – le Vlcc, le più grandi in servizio attivo, quelle da circa 2 milioni di barili di greggio – non possono passare né dal canale di Suez né da Panama: la rotta lunga è in parte la loro rotta normale. Soprattutto per raggiungere Giappone e Corea».
L’Asia…
«Esatto. Basti pensare che assorbono circa 1,7 milioni di barili al giorno a testa dal Golfo Persico. Il viaggio si allunga, ma l’aumento del costo di trasporto rimane contenuto. Bisogna poi considerare la tassa che i Pasdaran avevano progettato su Hormuz: un dollaro a barile, che su base annua vale circa 7,5 miliardi di dollari. Una singola nave da 2 milioni di barili avrebbe pagato una sovrattassa di 2 milioni a viaggio. Nella storia qualche pedaggio si è visto ma l’ultimo che si ricorda è quello danese della metà del 1800. Siamo quindi di fronte a un trade-off reale: da una parte qualcosa di incerto e potenzialmente costoso – entrare e uscire da Hormuz – dall’altra una rotta più lunga ma con costi predefinibili. In logistica l’elemento chiave è la certezza».
C'è anche il tema delle assicurazioni – i Lloyd’s. In un territorio di guerra sono altissime
«In questo momento ottenere un’assicurazione per entrare nel Golfo Persico è pressoché impossibile. E anche qualora fosse possibile, ci sono quotazioni che arrivano al 20% del valore della nave: stiamo parlando di navi da 80-100 milioni di dollari. Venti milioni di assicurazione aggiuntiva per un singolo viaggio è insostenibile».
Però anche un viaggio più lungo non sarebbe rischioso ugualmente? Dal Golfo del Messico, passando per Malacca o lungo le coste del Corno d’Africa, il rischio pirateria non è aumentato?
«Non siamo tornati ai tempi dei corsari e dei pirati, per modo di dire: il rischio percepito è concreto e i mercati assicurativi lo stanno prezzando di conseguenza. Ma andare a caricare petrolio americano è, in questo momento, quasi l’unica alternativa per non interrompere le catene di approvvigionamento che hanno già fatto alzare le antenne a tutto il mondo».
Questo significa che la via americana farà comunque salire il prezzo dell’energia?
«È più complesso di così. In condizioni normali il costo del trasporto incide per meno dell’1% sul valore finale del barile. Il problema non è la rotta più lunga: è che quando viene meno un quantitativo così rilevante su scala globale, il prezzo sale comunque per effetto del mercato. E attenzione: i petrolieri americani che hanno sostenuto Trump non sono tenuti a prezzi fissi in patria. Il mercato interno statunitense è un mercato libero, e loro sono soggetti alle stesse dinamiche globali. Hanno tutto l’interesse a questa vicenda, ma non ne sono i registi assoluti».
Parliamo dei tempi. C’è un’enorme staffetta di navi che girano per mantenere costante il ritmo degli approvvigionamenti. Ora questo ciclo si è rotto?
«Questo ciclo si è rotto, ed è per questa ragione che il timore di avere problematiche sulle forniture tra uno o due mesi è reale. Però va contestualizzato: il 90% di quello che esce dal Golfo Persico va in Asia. Questa è, di fatto, la prima crisi del Golfo Persico in cui Europa e Stati Uniti non sono direttamente coinvolti come primi danneggiati. Gli americani hanno capito la lezione nelle varie guerre del Golfo – non solo sono autosufficienti, ma esportano. Gli europei hanno diversificato. Il vero problema è asiatico, cinese in particolare. Come sempre accade, la merce trova una via per raggiungere i mercati, e il mercato sta già trovando soluzioni. Gli Stati Uniti stanno ragionando in termini di conflitti di medio-lungo termine, e il vero avversario strategico è la Cina – un paese che ha sempre tempo, ma che su questo fronte si trova in una posizione di vulnerabilità reale».
Quindi l’acquisto delle forniture dal Venezuela – una bella scorta per i petrolieri americani.
«Esattamente. La Chevron sta importando 250.000 barili al giorno dal Venezuela dopo l’accordo Maduro. Con i dazi, l’anno scorso gli Stati Uniti non sono riusciti a impattare significativamente sulla Cina – anzi, sono stati i cinesi a smettere di importare dagli Usa. Oggi però il petrolio americano rischia di diventare critico anche per la Cina: se si bloccasse davvero il transito da Hormuz, i cinesi sarebbero probabilmente costretti a rivolgersi agli Stati Uniti. La Cina ricava il 53% del proprio petrolio dal Golfo Persico – per un paese così energivoro è una dipendenza strategica enorme. Le poche navi che continuano a uscire dal Golfo vanno quasi tutte verso la Cina. Un blocco completo sarebbe un’altra storia: ci sono altri porti coinvolti e richiederebbe un’operazione militare di scala – una vera prova di forza per chiunque voglia dimostrare superiorità sui mari».
Anche l’Italia ha un impatto. Il presidente dell’Eni Descalzi ha detto che ritiene indispensabile per l’Italia tornare ad acquisire gas dalla Russia – gas più sicuro e a basso costo. Che ne pensa?
«Il gas russo ha tenuto in piedi l’economia dell’Unione Europea per vent’anni, fino alla guerra in Ucraina. Un rubinetto mai del tutto chiuso, da un punto di vista della convenienza economica superiore da sempre. Quello che si mette in discussione non è la qualità della fonte, ma l’opportunità di comprare una commodity così rilevante da un Paese con cui siamo in conflitto indiretto. Qualcuno, in maniera cattiva, direbbe che il grande spettro per gli Stati Uniti – più ancora di Iran e Cina – è sempre stata la potenza economica tedesca alimentata dall’energia russa. Parliamo della Germania come di un Paese in difficoltà, ma rimane la terza economia mondiale: immaginate cosa sarebbe con il gas russo a prezzi competitivi. Le parole di Descalzi non sono altro che realpolitik – mettere la politica di fronte a una situazione che rischia di essere inevitabile».
E l’Italia concretamente come sta?
«Meglio di quanto si pensi. La diversificazione energetica che abbiamo fatto in questi anni è stata tutto sommato ben costruita: Azerbaijan, Algeria – anche se gli spagnoli hanno ancora il dente avvelenato con noi per esserci accaparrati buona parte del gas algerino che prima andava a loro. Con il Qatar abbiamo stretto grandi affari non solo energetici: c’è una relazione militare e formativa solida – formiamo il loro esercito e la loro marina. Il Qatar vale il 4% del nostro approvvigionamento energetico totale: non è poco, non è tantissimo, ma è una finestra che si è chiusa e che va coperta. E alla fine, ancora una volta, sono gli Stati Uniti quelli in grado di coprirla».
Si restringono le opportunità.
«Vero. Va detto però che nel settore del gas qualcosa è cambiato strutturalmente: dove prima c'erano solo contratti a lungo termine, negli ultimi anni si è aperta una componente speculativa che espone i prezzi a volatilità maggiore. Gli Stati Uniti stanno di fatto vendendo tutta l’energia disponibile».
Indirettamente Trump apre una porta a Putin e ne chiude una alla Cina?
«Da un punto di vista di medio-lungo termine sembrerebbe questa la direzione, se c’è davvero una strategia dietro. Tuttavia ricordiamo il vecchio detto: la Cina ha sempre tempo – è la sua forza storica – ma questa volta si trova su un terreno su cui il tempo non è necessariamente dalla sua parte».
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