L’editoriale

La sinistra e il Pd ai tempi della Picierno

7 Giugno 2026

Da quattro giorni - sui giornali italiani - si assiste a un dibattito quasi surreale innescato dalle dimissioni dell'euro-onorevole Pina Picierno dal Partito Democratico. Una martire, si dice, la vittima di una terribile epurazione, il suo addio deve essere interpretato come l'emblema di un crescente sentimento di intolleranza contro i riformisti da parte del centrosinistra e della segretaria del Nazareno, un pericoloso cedimento al "populismo di sinistra" (parole sue).

È un caso che parte da una persona, da una vicenda personale (anzi, come vedremo personalissima) ma siccome illumina un grande tema irrisolto, e siccome viene utilizzato per sostenere un'Opa nel Pd, e una scalata alla leadership del centrosinistra italiano, vale la pena parlarne.

Dunque ecco la tesi: una svolta "estremista" dentro il Partito Democratico ha prodotto una purga politica spietata. La feroce Elly Schlein, tagliatrice di teste e persecutrice di dissidenti ha colpito ancora, e con durezza. Il Pd, si è detto e si scrive, è diventato un partito intollerante in cui l'aria è ormai irrespirabile per chiunque non sia in linea con la sua segreteria. La povera Picierno, paladina di alcune cause scomode rispetto all'ortodossia della segretaria, come ad esempio il sostegno all'Ucraina sotto attacco russo, sta pagando duramente per queste sue posizioni controcorrente. E infine: la Picierno, vicepresidente del Parlamento di Strasburgo ed esponente di spicco del gruppo dei socialisti e dei democratici, rappresenta un ancoraggio forte alla famiglia dei riformisti europei, rispetto alle derive "filo-russe" e "filo-arabe" dei critici della Picierno.

Il fatto stupefacente è che nessuno di questi elementi di narrazione è vero, casomai il contrario: si tratta di una serie di panzane sesquipedali. E provo a riassumere i fatti reali, perché talvolta le sintesi dicono molto più di quello che si può immaginare: 1) Pina Picierno non è stata né cacciata, né espulsa, né invitata ad andarsene, né censurata in alcun modo, neanche quando quelle sue scelte hanno imbarazzato il Nazareno. Il primo fatto dunque è questo: si è dimessa lei, con un'intervista di tre pagine a Il Foglio in cui ha attaccato ininterrottamente (cosa più che legittima, non so quanto elegante) quello che fino a ieri è stato il suo partito, il partito che le ha consentito di fare (anche grazie ai suoi meriti) una splendida carriera.

2) Partendo dall'ultima elezione a Strasburgo, per dire, scopriremo che Pina Picierno non è una martire di Elly Schlein, ma casomai una sua beneficiata: in questo paese di memoria corta (soprattutto fra i giornalisti) bisogna ricordare i suoi appelli alla segreteria a "Non candidarsi da capolista" nella stessa circoscrizione in cui correva lei, quella del Sud. Una richiesta raramente sentita (di solito accade l'opposto) nella storia delle liste elettorali. Il motivo? Semplice: la deputata, avendo fatto i propri calcoli, temeva di non essere eletta nella terribile guerra delle preferenze nella circoscrizione meridionale. La concorrenza di una segretaria acchiappavoti, brava nella raccolta delle preferenze, avrebbe reso indubbiamente più difficile l'elezione. Per questo la Picierno chiedeva alla sua leader di scegliere un'altra circoscrizione per correre. E per questo, con non poche difficoltà, pagate su altri tavoli regionali, la Schlein accontentava la Picierno, dandole via libera in una competizione in cui c'era già in campo il super votato Decaro (che infatti risulterà campione di preferenze; la Picierno è arrivata quarta, subito dopo Raffaele Topo). La seconda superballa, poi, è quella di una presunta "dittatura interna", con una segretaria che spiana il tappeto solo agli uomini suoi. La storia di questi mesi ci dice esattamente il contrario: se c'è un principio che la Schlein ha applicato nel partito - al contrario dei suoi predecessori - è stato un adattamento di quello del cuius regio, eius religio, inventato da Carlo V dopo la pace di Augusta. In ogni territorio il sovrano che governava imponeva il suo credo, cattolico o protestante. Dunque, calandosi nel Pd, in Liguria il partito è in mano alla sinistra di Orlando, in Sardegna - per dire - al post-socialista Comandini, nel Lazio agli zingarettiani, in Campania è così deluchista che a Salerno c'è un De Luca (padre) che impone addirittura a un altro De Luca (figlio) di non presentare il simbolo del proprio partito. Tutto si può dire, dunque, tranne che ci sia uno strapotere del segretario e della sua componente: casomai, come abbiamo visto, ancora una volta è il contrario: se si scorre l'organigramma delle regioni, il Pd è il partito più pluralista della politica italiana (anche troppo).

Ma andiamo all'Ucraina. 3) Nel suo immaginifico autoracconto Pina Picierno diventa la solitaria e coraggiosa sostenitrice della causa, in un partito che marcia controcorrente contro tutto e tutti. Non è vero nulla, e qui parlano i voti dati in Europa: in ogni votazione di decreti sul finanziamento al governo di Zelensky il Pd ha sempre votato - per indicazione della segreteria - compattamente a favore dei rinnovi. Sbagliando, secondo me, ma questo è del tutto irrilevante: carta canta. 4) Quanto alla favola della Picierno come volto simbolo della "grande famiglia del socialismo europeo", ecco un altro ribaltamento spericolato. Perché nel gruppo dei Socialisti e dei Democratici, che designa in modo collegiale i suoi membri alle cariche apicali e istituzionali, esiste una regola nella rotazione dei mandati che l'eurodeputata della destra interna non ha rispettato: avrebbe dovuto dimettersi (come fanno e hanno fatto tantissimi deputati di tanti partiti e di tanti diversi paesi), lasciando il ruolo di vicepresidente a un altro, in nome di un principio di rotazione (la segretaria ha designato Nicola Zingaretti). Ma la Picierno, pur di non cedere, ha imbastito un'operazione abile a dir poco spericolata: non volendo lasciare la poltrona ha lasciato il partito. Anzi, ha lasciato ben due partiti: sia quello italiano che quello europeo, che fino a ieri indicava come la sua unica bussola ideale e morale. Fantastico. La Picierno ha preso accordi con un'altra famiglia politica, il gruppo di Renew Europe (quello a cui aderiscono Carlo Calenda e Italia Viva) e conta di ottenere la conferma nel ruolo di vicepresidente, nella quota che spetta al suo nuovo gruppo. Sarà stata una grandissima passione ideale, senza dubbio, quella della Picierno, ma stando ai fatti, incanalata con grande maestria nella filosofia cencelliana. Dove c'è una quota-poltrona c'è speranza.

Era l'unico modo? No. E infatti viene voglia di applaudire Marianna Madia, altra parlamentare in uscita dal Pd, che ha motivato il suo addio (anche in questo caso agevolato dal limite di mandati) con una comunicazione non conflittuale, elegante e quasi "affettuosa" nei confronti del suo ex partito ("Continuo a contribuire alle stesse battaglie da fuori"). Qui tuttavia, esaurito il tema del partito e della sua postura (la Schlein ha commentato l'uscita della ex pupilla di Ciriaco De Mita con un sobrio "Mi dispiace"), sarà il caso di affrontare non "il caso Pd" (di cui parlano tutti) ma "il caso Picierno" (di cui non parla nessuno), ovvero il tema dell'identità della ex pupilla di Ciriaco De Mita. Anche in questo caso un po' di storia: la mitica Pina, che all'epoca era veltroniana, in virtù di questa appartenenza, nel 2008 scippò il posto di capolista al suo ex maestro, capolista del Pd in Campania 2. Dopodiché quando Veltroni si era dimesso, con una nuova casacca (questa volta franceschiniana), riuscì a strappare il posto in lista persino a Michele Emiliano. L'ex sindaco di Bari commentò sconsolato: "Pina è giovane dal punto di vista anagrafico, ma politicamente è molto più anziana di me". Antonio Polito scrisse di questo avvicendamento: "La Picierno è da molto tempo espressione di una nomenclatura romana non meno tale perché giovane e donna. Ha fatto fuori grazie alla roman-connection - concludeva Polito - un candidato veramente meridionale come Emiliano". Aggiungeva Andrea Scanzi: "È la Santanché della sinistra italiana". Poi Pina divenne capolista alle europee grazie a Renzi, ma alle primarie del 2012 (vinte da Bersani) era in quota Pierluigi: "Renzi - graffiava sarcastica - fa le supercazzole sui diritti". Il fiuto, come abbiamo visto, non le manca. Certo, dopo l'episodio della sostituzione in lista la condanna di De Mita contro la Picierno fu irrevocabile: "È il nuovismo al posto del progresso. Un nuovo che diventa corruzione di minorenni".

Va detto che un filo conduttore ideale coerente in questa carriera come abbiamo visto c'è, una coerenza adamantina anche quando politicamente questo significava prodursi in uno spericolato salto di liana fra gli opposti: veltroniana con Veltroni leader, franceschiniana con Franceschini leader, bersaniana con Bersani leader, renziana con Renzi leader: ovvio che dopo aver sbagliato la prima scommessa politica della sua vita (quella su Stefano Bonaccini leader), ritrovandosi all'opposizione con la Schlein leader, si sentisse la Picierno un po' stretta.

Quanto all'atteggiamento dell'eurodeputata nei confronti del dissenso e delle minoranze, ecco il precedente. Nel partito, quando era la sua componente renziana ad essere in maggioranza, e ad essere cacciati, accompagnati alla porta o addirittura insultati, erano gli uomini della minoranza di sinistra ("Ma chi è Fassina?", disse sarcastico il premier, producendo l'addio), la Picierno non disse una sola parola. Zero solidarietà, zero passione per "il diritto di cittadinanza" delle diverse anime dem. Quanto alle sue prese di posizione attuali: nel momento più drammatico dell'offensiva in Palestina, nel 2025, la vicepresidente del Parlamento Europeo incontrava una delegazione dell'associazione dei veterani dell'Idf, una delle più potenti lobby degli armamenti e della guerra. L'Israel Defense and Security Forum (Idsf) accolto nel suo ufficio dalla Picierno, infatti, non è solo un gruppo di ex militari, ma un vero e proprio think tank, un gruppo di pressione che in questi anni si è speso a favore delle politiche del governo di Bibi Netanyahu. Una lobby di "guerrapiattisti" dichiarati che difende la politica di repressione dei coloni in Cisgiordania, che raccoglie fondi per sostenere i conflitti e che combatte esplicitamente la linea "due popoli due Stati".

La Picierno chiudeva quell'incontro con l'Idsf regalandoci una bella foto ricordo, posata e sorridente in mezzo ai militari israeliani: tutto questo nel marzo del 2025, in uno dei momenti più drammatici delle offensive contro i civili in Palestina. "Era un mio dovere istituzionale", ha spiegato. Ma ve lo immaginate un vicepresidente del Parlamento europeo, o un capogruppo del Pci o della Dc (pensate a un uomo del calibro di Altiero Spinelli) che si mette in posa sorridendo e stringendo le mani a qualche associazione di amici degli Afrikaner, nel 1985, con Mandela in cella, durante il regime dell'Apartheid in Sudafrica? Non occorre fare sforzi: non è mai accaduto perché non sarebbe mai potuto accadere.

Tuttavia quell'incontro non è un episodio isolato: la Picierno si è segnalata per il suo comportamento anche in un'altra occasione, quando lei e metà del gruppo Parlamentare Europeo (che all'epoca - qualunque cosa significhi questa parola - si diceva a maggioranza "riformista") votò a favore della risoluzione Asap, quella che permetteva ai paesi membri di attingere a fondi europei di coesione per comprare armamenti. E questo, ovviamente, contro l'indicazione della segreteria e della Schlein, che aveva detto pubblicamente: "È inammissibile che si usino fondi di coesione e Pnrr per comprare armi e munizioni". Ovviamente il gruppo si era diviso: da un lato gli uomini fedeli alla maggioranza del partito (con in testa l'eurodeputata Camilla Laureti, vicina alla segreteria), uno solo contro (Massimiliano Smeriglio) e dieci a favore. Conseguenze del voto contro l'indicazione della direzione del partito? Nessuna. Condanne pubbliche? Nessuna.

Ma il capolavoro della coraggiosa Picierno è la partecipazione alla campagna a favore del Sì a sostegno del referendum Costituzionale sulla riforma Nordio. Non solo la Picierno è intervenuta con prese di posizione e interviste ("È da sempre la nostra proposta riformista!"), ma ha partecipato anche a incontri pubblici organizzati dai sostenitori della premier. Non critica la Meloni quando la presidente del consiglio dichiara, a pochi giorni dal voto: "Se vince il No diventeranno liberi immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà". Da cui il meraviglioso post di Fratelli d'Italia con la Picierno ed Ettore Rosato che guardano in camera a braccia conserte e lo slogan: "Si presenta la sinistra schierata per il Sì". Resterà memorabile, quasi dadaista, il commento della Picierno il giorno della vittoria del No, e della conseguente bocciatura della riforma del governo Meloni: "Una sconfitta profonda, seria, evitabile. Purtroppo un regalo enorme a Giorgia Meloni e alle destre". Secondo Pina - dunque - la sconfitta del governo Meloni era un regalo alla Meloni. Strepitoso.

Ma ecco il punto decisivo di questo racconto, cosa rappresenta tutto questo paradosso: il Sì al referendum, il Sì all'uso dei fondi sociali per le armi, il Sì alle foto ricordo con le lobby della guerra israeliane, non sono "casi di coscienza", i dissensi sofferti di una parlamentare che si ribella alla linea di un segretario su singole scelte politiche, ma piuttosto la costruzione di un progetto politico alternativo a quello del Pd (di tutta la sua storia), ai suoi valori fondativi dichiarati, alle idee della stragrande maggioranza dei suoi elettori.

Non sono singoli dissensi, ma gesti contrari ai cardini del dna identitario dell'elettorato dem. Ed ecco perché l'elemento più grottesco della vicenda è questo: la Picierno non è stata cacciata perché ha trasgredito alle indicazioni di partito, come nei casi celeberrimi di dissenso - dalle espulsioni dei "magnacucchi" nel Pci degli anni Cinquanta, alla radiazione del gruppo de Il manifesto nel 1968 -: la Picierno ha votato contro le indicazioni e se ne è andata lei, senza che nessuno avesse messo in discussione queste scelte. E lo ha fatto in modo clamoroso dopo essere diventata vicepresidente del parlamento europeo grazie al voto di tutta la sua famiglia politica (oggi abbandonata) su indicazione del Pd. Cosa divide, nella scelta del cambio di partito, la libertà di coscienza dal trasformismo? A mio avviso, avendo raccontato centinaia di casi, una splendida massima che mi ha fatto da bussola. Diceva Indro Montanelli: "Se uno cambia partito, e nel farlo ci rimette, lo rispetto. Se cambia partito, e nel farlo ci guadagna, io lo disprezzo". Questo è un caso di vicelibertà di coscienza, direi.

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