L’intervista a Paolo Fresu: «La bellezza dei suoni ci qualifica e ci distingue per la vita: difendiamola»

28 Febbraio 2026

Il 65enne compositore e trombettista si è esibito alla Camera suonando De André: «Pensiamo di riconoscere le persone solo dai volti e dalle immagini, ma non è così»

Che sensazione fa entrare in una delle due più prestigiose sale della Camera dei Deputati – quella della Regina – e irrompere in un convegno serioso suonando la tromba?

«È stato emozionante. Mentre venivo, sapendo che avrei potuto fare questo ingresso in scena, mi sono ricordato che ero stato a Montecitorio, l’ultima volta, per una celebrazione su De André con Paola Turci…».

E cosa c’entra?

«Mi piaceva stabilire una continuità di racconto e ho deciso che avrei intonato “La Canzone dell’amore perduto”, una delle mie preferite nel repertorio di Fabrizio».

Hai passeggiato suonando tra il pubblico, i quadri, il palco foderato di velluto bordeaux e gli arazzi ottocenteschi, chiudendo il tuo percorso con l’ultima nota trattenuta, e prolungata, quasi in apnea. Perché?

(Pausa, sorriso). «Per annunciare un suono. Un lungo suono che è allo stesso tempo una melodia, ma anche il punto più importante – secondo me – del nostro dibattito sull’udito».

Paolo Fresu: 65 anni, trombettista, compositore, jazzista. Ospite d’onore del convegno organizzato dall’associazione Udito Italia, a Montecitorio in occasione della “Giornata mondiale dell’udito”. Sardo di Berchidda, il paese che grazie a lui oggi battezza uno dei più famosi festival europei, Paolo è uno degli artisti italiani più celebri nel mondo. Ha suonato per Gigi Riva, ha salutato con la sua tromba Ornella Vanoni in uno dei più commoventi concerti funerari di questi anni. Pensavo che alla Camera avrebbe suonato molto e detto alcune cose importanti. È accaduto il contrario: ha fatto invece un bellissimo discorso, che è iniziato con una nota, ed è finito con tante parole. Un ragionamento a braccio – senza prendere fiato come se seguisse una partitura perfetta – ma ancora più bello, quando lo si ricostruisce con la scrittura.

Perché quell’ingresso? Senso dello spettacolo?

«No. Uso questa nota di avviso come un segnalibro per ricordare a me stesso e agli altri un tema che mi sta a cuore».

Proviamo a spiegarlo.

«I suoni, non solo per un musicista come me, sono importanti e fondamentali. E faccio un esempio. Quando insegno, mi capita spesso di esaminare dei giovani da selezionare per una scuola, per una esibizione. E cosa faccio? Ormai non pongo più domande, piuttosto che far parlare il ragazzo che ho davanti gli dico: “Mi fai un suono?”».

Un suono come?

(Ride). «Questo è il bello: come vuole lui. Il suono, i suoni, i nostri suoni sono la nostra carta di identità. Ciò che ci qualifica ci distingue come individui».

Adesso stai parlando di chi fa musica?

«Assolutamente no. Pensiamo di riconoscere le persone dai volti perché ci hanno insegnato a ragionare così: ma noi riconosciamo tanto le immagini che i suoni. Le parole di chi amiamo, per dire, ma anche quelle di chi non ci piace».

Ad esempio?

«Impariamo nella vita, senza accorgercene, ad abbassare la voce, per conferire importanza e gravità al nostro discorso. Impariamo ad alzare la voce, fino a gridare, se dobbiamo sopraffare che sta parlando: in un litigio sono i gesti che inseguono i suoni, e non il contrario».

E poi?

«Impariamo a stare in silenzio, e a stare in ascolto, che poi – molto spesso – è la cosa più difficile da fare. Il silenzio, quasi sempre, non è timidezza come ci dicono, ma ascolto. Ad esempio ascolto della musica».

Spieghiamolo.

«Per me che suono la musica, è facile rispondere alla domanda che si fanno molti: come mai in quella orchestra ci sono dieci violini e dieci fiati, per esempio, che in certi momenti di un concerto suonano tutti la stessa nota? Perché la stessa nota, suonata da dieci strumentisti non ha mai lo stesso suono di una nota sulla nota suonata da uno strumento solo. Per questo ogni orchestra ha “suo” suono, che gli esperti riconoscono subito: questa è l’orchestra di Karajan, questa è quella di Furtwangler…».

Ma questa è la particolarità della musica, o no?

«E perché? Se ci riflettiamo su scopriamo che la musica è solo uno dei tanti suoni, un suono altro che si distingue per avere una melodia. Tendiamo ad emozionare e ad emozionarci se suoniamo o ascoltiamo musica, perché siamo educati a farlo. Ma non è solo una melodia che ci può far commuovere, anzi: una parola, un urlo, e persino un rumore ci possono turbare, esaltare, far esplodere in un sorriso o in un pianto».

Che bello spiegare questa cose nella Giornata mondiale dell’udito.

«E quando, sennò? Riflettevo sul fatto che l’assenza del suono è un tormento nelle stanze della paura, dove la deprivazione sensoriale è uno strumento di tortura. Io ho fatto una esperienza così per quarantacinque minuti e ho sofferto. Nelle celle dell’isolamento dove la negazione del dialogo può produrre anche la paranoia e la follia, comanda il silenzio. Siamo ricchi, in una vita, quando siamo circondati dai “nostri” rumori, quello ad esempio che ci dicono che siamo a casa nostra».

Un racconto identitario fatto solo di suoni.

«Io vengo dalla Sardegna dove si celebra la deposizione del Cristo dalla Croce a Olbia. Presso la Chiesa di San Paolo Apostolo. In sardo si chiama su scravamentu, che letteralmente significa cavare i chiodi. Ebbene, questa Chiesa è gestita da un sacerdote illuminato che mi ha chiesto di scrivere la predica prima della deposizione, dandomi come tema: “Il senso del suono”».

Il suono della deposizione?

«Ma certo, anche. Il suono, più delle immagini ci impressiona e ci avvicina al Vangelo: pensare al rumore del martello che toglie i chiodi dalla mano di Cristo, mettere a fuoco le grida del dileggio che lo hanno accompagnato nella Via Crucis, in contrappunto con il pianto della madre. Non è musica, ma segue le regole della musica: sono rumori che diventano suoni, e che ci parlano».

Cosa hai imparato in questi anni sull’ipoacusia?

«Sono andato da poco a una riunione in classe con i genitori e i compagni di mio figlio. Mi sono seduto in uno di quei banchi, in terza fila. E ho capito una cosa, che mi ha ferito: lui non poteva sentire nulla di quello che accadeva. E nessuno quel giorno pensava, o pensa, ancora oggi, che sia un problema».

Perché non “vediamo” i rumori.

«L’inquinamento acustico, in questo Paese, è un fenomeno di cui non si cura nessuno, e di cui siamo vittime tutti: quando stiamo in treno, quando andiamo al ristorante quando voliamo con un aereo. Ho una domanda: ma perché quando decolliamo o atterriamo in un aereo, ci devono far sentire una musichetta, peraltro molto spesso brutta? Perché si pensa che non abbia valore per noi, il silenzio?».

Bisogna combattere i rumori molesti?

«Sì, perché spesso ci logorano senza che noi si riesca ad accorgercene. Sostituendo i suoni al rumore, la qualità della nostra vita può essere diversa e migliore».

Spieghiamolo.

«La cultura del rumore produce l’idea che si può non ascoltare gli altri, che così può chiudere in un monologo. La cultura del suono è la cultura dell’ascolto e del dialogo. Per questo non può esserci una pace senza confronto, non si fa la pace senza i colloqui di pace».

Tu sei un artista internazionale che gira continuamente il mondo: l’Italia ha un ritardo in tutti i temi che riguardano la qualità dell’udito?

«Credo e temo di sì. Purtroppo. Ci sono luoghi importanti in cui c’è un’attenzione ridotta, perché è impossibile ascoltare. Ci sono strade in cui è faticoso viaggiare per via del rumore. In Italia siamo più indietro perché anche una normale barriera acustica viene considerata un lusso. Per questo mi pare importante che in questo convegno si sia parlato, ad esempio, di come insonorizzare le classi delle scuole».

Hai una ricetta?

«Solo alcune idee di buonsenso. La cultura dell’ascolto deve crescere un po’ dappertutto. Io ad esempio chiedo spesso: a casa vostra ascoltate la musica che amate? Perché è certo che la musica ci educa all’ascolto e alla percezione, indipendentemente da tutto».

Un musicista è avvantaggiato?

«Fare musica significa pensare su un palcoscenico, pensare e pesarsi in relazione con gli altri: quelli con cui stai suonando, ovviamente, ma anche quelli che ti ascoltano. E significa – soprattutto – essere in ascolto di noi stessi. Se non è questo, ed è solo automatismo, suonare significa solo fare ginnastica».

Quindi la musica dell’ascolto si porta dietro il dialogo per la pace.

«È una metafora straordinaria, e porta con sé anche la fiducia negli altri. Io amo fare concerti, perché creo questo legame di fiducia tra me e gli altri. La musica è una terapia straordinaria per l’infanzia, e per questo, anche quando mio figlio è diventato grande – ormai ha diciannove anni – ho continuato l’attività di una associazione nata per portare suoni nelle scuole».

Che suono ha la musica di Paolo Fresu?

«La nostra vita non esisterebbe senza un suono. Il mio è quello del luogo in cui sono nato. Mio padre pastore, la mia terra la campagna di Berchidda, il mio suono è la natura in cui sono cresciuto. In fondo un violino è un pezzo di legno ammaestrato, è una tromba, è uno strumento costruito scavando in una miniera. Anche quando suono Miles Davis con la mia tromba io ho questo suono dentro di me».

Come è iniziato tutto?

«Io sono nato in una banda di paese. Una banda è un privilegio per un musicista. Suoni con altri cinquanta che la pensano come te, che suonano con te, come te. Ero così estasiato da questa comunione di suoni, che quando tornavo a casa, da solo suonavo senza trovare nessuna soddisfazione».

E poi?

«Il mese di maggio, di un anno che non ricordo, ma era giorno di maggio, ho preso la mia tromba, ci ho soffiato dentro e ho prodotto un suono. Ascoltandolo mi sono spaventato. Quel suono, era il mio suono, e quel suono è ancora dentro di me. Esattamente questo».

(Impugna la tromba, soffia, e fa una nota breve. Poi silenzio. Era ieri mattina: ho ancora nella testa la nota di Paolo Fresu. E adesso, grazie alle parole di Paolo, potete sentirla anche voi).