L’intervista ad Arianna Farinelli: «Bodyguard del potere reclutati online, ecco chi sono gli agenti Ice»

L’uccisione di Minneapolis e cosa divide l’America di Trump. La politologa: «Scene non degne di un Paese democratico»
NEW YORK. «Agenti reclutati online, favorevoli all’uso delle armi, addestrati in pochi giorni e pagati molto bene: così è cresciuta Ice, l’agenzia federale anti-immigrazione che risponde direttamente al Presidente». A dirlo è Arianna Farinelli, politologa che da 25 anni vive a New York e insegna Scienze politiche alla City University of New York. «C’è chi la definisce una nuova Gestapo» dice «e io stessa, che sono un’immigrata naturalizzata, a volte mi chiedo se non dovrei stare più attenta a quello che affermo».
Raggiungiamo al telefono la professoressa dopo i fatti di Minneapolis, dove, durante un’operazione anti-immigrazione, una cittadina americana, Renee Nicole Good, madre di tre figli, è stata uccisa con tre colpi di pistola al volto mentre protestava pacificamente. Il video dell’uccisione, ripreso con un cellulare, ha fatto il giro del mondo in poche ore. E adesso il presidente americano Donald Trump, tramite il suo social Truth, annuncia che potrebbe utilizzare la legge marziale.
Professoressa, è brutale l’assassinio di questa cittadina americana. Indigna forse ancora di più perché si pensava che certi limiti non potessero essere travalicati. Dopo l’omicidio di George Floyd, l’attentato a Trump, l’omicidio di Charlie Kirk, ora questo: lei si riconosce ancora in questi Usa?
«Guardi, io vivo qui da 25 anni e posso dire di aver attraversato tutto questo quarto di secolo: dall’11 settembre e da ciò che ne è scaturito; poi altri attentati a New York, dove vivo; la crisi dei mutui del 2007; la pandemia. Devo dire che il primo anno del secondo mandato di Trump è stato uno dei più turbolenti. Oltre a Charlie Kirk, sono stati uccisi anche politici locali nella loro abitazione: nel giugno 2025, in Minnesota, Melissa Hortman e suo marito. Siamo di fronte a un grande momento di violenza».
L’arrivo dell’Ice c’entra qualcosa, mi pare?
«L’Ice, che sta per Immigration Coercion Enforcement, è un’agenzia che, fino a pochi anni fa, contava solo qualche migliaio di agenti. Nel secondo mandato di Trump sono stati trasferiti fondi per diverse centinaia di milioni di dollari dall’Fbi all’Ice per rafforzare la polizia immigratoria e portare avanti il piano del presidente: arrestare centinaia di migliaia di immigrati illegali ogni due o tre mesi e rimpatriarli. Questa era una promessa elettorale, giustificata da Trump come questione di sicurezza nazionale. Per lui, i migranti irregolari presenti negli Stati Uniti, che sono circa 11 milioni, rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale».
Per mantenere la promessa elettorale, dunque, ecco l’idea di “mettere i muscoli” all’agenzia anti-immigrazione?
«Questo corpo di polizia è cresciuto a dismisura e oggi conta circa 20mila agenti, reclutati spesso online, spesso tra persone estremamente favorevoli all’uso delle armi senza restrizioni, quindi all’applicazione integrale del Secondo emendamento della Costituzione americana, il right to bear arms (il diritto di portare armi, ndr). Sono persone già molto vicine alla destra americana e alla lobby delle armi. Vengono reclutate con un addestramento brevissimo: abbiamo visto moltissime immagini di agenti in fila per essere assunti, pagati anche molto bene».
Ho letto, dottoressa, di 50mila dollari alla firma, 60mila dollari di debito studentesco cancellato, 150mila domande presentate per entrare nell’Ice. Vien da pensare che, con la scusa della sicurezza nazionale, si stia creando una sorta di milizia privata: sono i bodyguard del potere, si può dire?
«Sì, assolutamente. È un esercito privato del presidente. Parliamo di un’agenzia che ha ricevuto finanziamenti senza precedenti: nell’ultimo anno fiscale l’Ice ha incassato oltre 10 miliardi di dollari, con proiezioni che portano il budget complessivo intorno ai 30 miliardi. L’amministrazione ha dichiarato di voler usare questi fondi per assumere almeno 10mila nuovi agenti e per raddoppiare la capacità dei centri di detenzione, portandola fino a 100mila persone. È una crescita rapidissima, costruita attraverso denaro e fedeltà».
Inquietante.
«Lo è. E pensi che addirittura Joe Rogan, podcaster famosissimo e seguito soprattutto da giovani americani bianchi di destra – lo stesso che ha intervistato Trump e J.D. Vance durante la campagna elettorale e ha fatto moltissimo il tifo per loro – ha detto che siamo di fronte a una sorta di Gestapo».
Addirittura?
«Ci pensi: l’uso di questo corpo speciale, di questo esercito privato, sta spaventando persino chi è molto vicino al presidente. I sondaggi dicono che oltre il 60% degli americani, sia elettori democratici sia repubblicani, è contrario ai metodi violenti dell’Ice. Tuttavia, circa il 70% degli elettori repubblicani è favorevole. L’elettorato è completamente spaccato».
Restando sulle spaccature, anche nel campo repubblicano mi pare ce ne siano di forti: sull’immigrazione e sull’Ice la base della destra americana è a favore o contro questa linea così estrema?
«La crepa c’è. Penso a una trumpiana della prima ora come Marjorie Taylor Greene, che si è distanziata su molte questioni, a cominciare dal Venezuela, dicendo: se il problema è la droga, perché non bombardiamo i cartelli in Messico? Che c’entra il Venezuela? Ci sono state spaccature anche sugli Epstein files».
E il tema migranti?
«Sull’immigrazione il discorso è diverso, perché chi ha votato Trump era davvero stanco di vedere centinaia di migliaia, se non milioni, di migranti entrare illegalmente durante l’amministrazione Biden, che ha gestito malissimo la questione, lasciando di fatto le frontiere aperte. Lo dico da persona che ha lavorato a lungo come volontaria in centri di accoglienza per migranti a New York».
Ci racconti, allora, dal punto di vista di chi ha vissuto i fatti.
«Sì, li ho vissuti in prima persona. E lo dico subito: sono a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza, non ho mai cambiato idea su questo. Però i dati parlano e, a un certo punto, i numeri diventano un fatto politico, non solo umanitario. New York, in un solo anno, ha accolto circa 168mila persone. È lo stesso numero che l’Italia ha accolto nello stesso periodo. Ma l’Italia è un Paese di 59 milioni di abitanti, New York è una città di 8 milioni e mezzo: è evidente che l’impatto non può essere lo stesso».
Quindi il problema è il numero, non l’accoglienza?
«Esattamente. Chi arrivava doveva essere accolto, e infatti lo è stato. È per questo che ho fatto volontariato: distribuivo stivali invernali a persone che arrivavano in ciabatte e felpa, spesso donne incinte, famiglie con bambini piccoli. Scene che non ti dimentichi. Era durissimo, anche umanamente, dover dire a qualcuno che non c’erano più giacche, che doveva tornare fuori mentre nevicava. Quella parte lì è stata una ferita vera per la città. Da politologa, però, devo dire un’altra cosa».
Dica pure.
«L’ingresso di così tante persone in così poco tempo ha creato uno stress enorme nelle città, nei servizi sociali, nei trasporti, nelle scuole. Le amministrazioni locali non erano pronte: non avevano strumenti né risorse sufficienti per gestire un afflusso di queste dimensioni».
E quindi?
«Quando una città va in affanno, quando la vita quotidiana diventa più difficile, il risentimento cresce. Cresce anche verso chi non ne ha colpa. È così che si crea il terreno su cui poi attecchiscono la paura, la propaganda e, infine, la risposta violenta da parte delle istituzioni».
Secondo lei questo risentimento non si è attenuato quando si è vista la violenza dell’Ice in azione?
«In parte sì. Oltre il 60% degli americani considera la violenza dell’Ice estremamente pericolosa e fuori controllo. Gli agenti arrivano a volto coperto, non si identificano, a differenza, per esempio, della polizia di New York. Non si conoscono chiaramente le regole di ingaggio: abbiamo capito che possono sparare se lo ritengono opportuno».
E il governo che dice?
«Il vicepresidente Vance ha detto che saranno coperti da immunità assoluta. Nel caso di Renee Nicole Good, l’agente non verrà processato. Tutti hanno visto il video: lei gli dice “non sono arrabbiata con te”, lui le spara in faccia e se ne va insultandola. Nonostante le versioni fantasiose del presidente, quell’agente non è finito in ospedale nemmeno per pochi minuti. Ieri, a Minneapolis, hanno sparato a un’altra persona alle gambe, hanno trascinato fuori da un’auto una donna disabile, hanno arrestato un ragazzo di 17 anni, cittadino americano, durante la pausa pranzo a scuola».
Brutale.
«L’Ice ormai agisce contro migranti e cittadini americani. È davvero un esercito privato del presidente: chiunque sia contrario alle sue politiche migratorie può essere colpito con la violenza».
A oggi, allora, chi può opporsi all’Ice in modo efficace?
«La polizia locale. A Minneapolis la polizia ha dichiarato di non collaborare con l’Ice e di proteggere i cittadini anche dalla polizia federale. È una cosa mai vista: forze dell’ordine contro altre forze dell’ordine. A New York il nuovo sindaco è molto contrario all’uso della forza federale, lo ha detto anche a Trump alla Casa Bianca. Però, prima della sua elezione, abbiamo visto retate violente a Chinatown, con ambulanti picchiati e ammanettati come fossero terroristi».
Quanto può pesare tutto questo sulle elezioni di medio termine?
«Può pesare molto. Ci sono state moltissime manifestazioni in tutto il Paese e ce ne saranno altre. La segretaria alla Homeland Security, Kristi Noem (Dipartimento per la sicurezza nazionale, ndr), ha annunciato l’invio di altri agenti in Minnesota, in particolare contro la comunità somala, accusata di frodi sui fondi sanitari. Se qualcuno ha frodato, deve essere processato e giudicato. Ma non serve una polizia armata e violenta contro un’intera comunità».
Ho letto che l’Ice organizza operazioni insieme all’Fbi, quindi operazioni federali multicittà, con migliaia di uomini dispiegati contemporaneamente per evitare che le persone si organizzino…
«Io questo non l’ho letto direttamente, ma è possibile. Trump tiene moltissimo a queste operazioni eclatanti perché poi se ne può vantare e dire: “Vedete, sto facendo quello per cui mi avete eletto”, cioè cacciare questi migranti che vengono descritti come criminali, stupratori, feccia della società, rilasciati dalle prigioni o dagli ospedali psichiatrici. È tutta propaganda costruita contro i migranti, dimenticando che gli Stati Uniti sono un Paese costruito sull’immigrazione. Trump arriva a dire anche agli universitari di non prendere studenti stranieri. Se ci fosse stato Trump 25 anni fa, e non George Bush, quando io sono arrivata negli Stati Uniti, probabilmente non mi avrebbero mai accettata».
E come sta il Paese?
«Oggi la libertà di parola è fortemente limitata. Studenti stranieri rischiano l’espulsione se protestano, giornalisti naturalizzati vengono fermati negli aeroporti e trattenuti per ore. Io stessa, da cittadina americana naturalizzata, ho avuto timori dopo aver criticato apertamente l’amministrazione Trump. Venticinque anni fa protestavamo contro la guerra in Iraq e nessuno veniva portato via. Oggi non è più così».
Guardando anche i comunicati dei sindaci – Minneapolis, Newsom e altri – si ha l’impressione che si stiano formando Stati non più “geografici”, ma quasi valoriali: se condivido i valori di una città o di uno Stato mi trasferisco lì, se non li condivido vado altrove. È una forzatura o negli Stati Uniti sta succedendo davvero?
«In parte è così, anche se all’interno dei singoli Stati esistono differenze molto forti. Lo Stato di New York, per esempio, quello che chiamiamo Upstate New York, la pensa politicamente in modo molto diverso dalla città di New York. La città di New York, con circa 8 milioni e mezzo di abitanti, è estremamente democratica, mentre il resto dello Stato, che è molto più rurale ed economicamente meno florido, vota in maggioranza repubblicano».
E i vari Stati federali?
«Anche all’interno degli stessi Stati ci sono differenze molto nette tra aree urbane e aree suburbane o rurali. Detto questo, California, Illinois, New York, Minnesota sono storicamente Stati blu, cioè Stati democratici».
Un imprenditore che vive a Mar-a-Lago mi diceva di avere paura per i suoi dipendenti messicani, lì da vent’anni, e di aver iniziato a pagarli in nero per evitare che vengano tracciati. Siamo arrivati a questo punto?
«Sì, perché il punto è questo: gli immigrati irregolari pagano le tasse. Le pagano perché sperano un giorno di poter essere regolarizzati. Il governo americano ha ottenuto dall’Irs, l’agenzia delle entrate statunitense, i nomi di chi paga le tasse pur essendo irregolare. Prima non c’era mai stato uno scambio di informazioni tra immigrazione e agenzia delle entrate».
Controllo capillare.
«Esatto. Una volta che hai la lista dei nomi di chi paga le tasse, è molto più facile aspettarli all’uscita dei cantieri, delle cucine dei ristoranti, delle mense per migranti, all’uscita delle scuole dei figli. Abbiamo visto scene veramente raccapriccianti, non degne di un Paese democratico».
E magari anche voi, professori, studenti o ricercatori, vi avrebbero portato via?
«È possibile. Oggi, se protesti come studente straniero, se hai post sui social media critici verso il governo, rischi di non poter rientrare nel Paese, rischi di essere cancellato».
Una censura del pensiero...
«Le ho già detto che la libertà di parola è fortemente limitata».
Ha paura?
«A volte mi chiedo se dovrei stare più attenta a quello che dico. I miei genitori e i miei figli me lo dicono spesso. Dopo essere intervenuta in trasmissione da Luca Telese e Marianna Aprile, poche ore dopo l’attacco al Venezuela, e aver detto in televisione che si trattava di un colpo americano, mi sono chiesta se potesse avere conseguenze».
Torniamo all’inizio: le guardie del potere, le milizie private. Al di là di Trump, non è una tendenza globale quella dei potenti di circondarsi di uomini violenti e fedelissimi?
«Sì, è una tendenza tipica degli autocrati. Oltre all’Ice, questo esercito pagato profumatamente, con un addestramento di pochissimi giorni e regole di ingaggio poco chiare ma estremamente permissive, ci sono anche le milizie paramilitari: i Proud Boys (gruppo dell’estrema destra americana, nazionalista e violento, noto per scontri di piazza e per il sostegno a Trump, ndr), gli Oath Keepers, quelli che hanno assaltato il Congresso nel 2021».
E chi sono?
«Sono passati anni, sono stati graziati da Trump e nessuno sa quanti siano davvero: probabilmente decine di migliaia di persone armate fino ai denti, che vivono in zone rurali, nei boschi del Michigan o dell’Ohio, più o meno nascoste, e che hanno sempre detto di essere pronte a intervenire a qualsiasi segnale del presidente».
Quasi cinema.
«So che può sembrare uno scenario distopico, quasi da film, ma siamo in un anno elettorale: ci sono le elezioni di medio termine e la vera domanda è se il Presidente riconoscerà un eventuale risultato sfavorevole. Nel 2020 Mike Pence, che io ho sempre criticato duramente, certificò il risultato elettorale».
Crede che ci siano rischi?
«Questa volta Trump è circondato solo da fedelissimi, da yes men: persone scelte non per competenza ma per lealtà personale. Mi chiedo davvero se qualcuno si metterà tra lui e il disconoscimento di un eventuale risultato elettorale, qualora fosse contrario ai suoi desideri. Ed è questo che rende la situazione particolarmente preoccupante».
Professoressa, la ringraziamo: intervista preziosa. Scriveremo che la storia ha già rivalutato Mike Pence…
(ride) «Grazie a voi!».