Nessun rimpianto per quelle finte preferenze sulla scheda

15 Luglio 2026

Chiunque siano stati, i franchi tiratori della maggioranza che hanno fatto andare sotto il loro stesso governo sulla legge elettorale, bisognerebbe fare loro un monumento

ROMA. Hanno perso per un solo voto, ma sono un numero compreso tra i trenta e i trentasei, i deputati del centrodestra che nel segreto dell’urna hanno tradito la loro stessa coalizione. Non era mai accaduto in tutta la legislatura. Troppi cecchini, dunque, per ridurre la bocciatura di ieri, a Montecitorio, ad un singolo episodio: la legge elettorale nella politica italiana da sempre è la madre di tutte le battaglie.

Tuttavia, chiunque siano stati, i franchi tiratori della maggioranza che hanno fatto andare sotto il loro stesso governo sulla legge elettorale, bisognerebbe fare loro un monumento: hanno affondato l’emendamento più brutto della più brutta legge della nostra storia repubblicana. Ovvero quello che io definisco l’emendamento “preferenze-tarocche”. E spiego: la proposta bocciata ieri creava un congegno un po’ cervellotico per cui a parole si diceva di introdurre il voto di preferenza, ma in realtà si creava la possibilità di esprimere dei voti di preferenza, solo dopo aver garantito l’elezione di un capolista nominato (in ogni lista). Insomma, si trattava di uno dei tanti ossimori della politica italiana, che spesso cerca di tenere insieme idee opposte tra di loro. Ed era, in realtà, un piccolo orrore.

Per carità, non è che gli altri governi abbiano fatto meglio: dal 1994, ogni forza di maggioranza prova a costruirsi una legge elettorale a tavolino, a propria immagine e somiglianza, per vincere, e così continua a peggiorare le cose rispetto al passato. Poi naturalmente va a finire che chi fa una brutta legge perde (nella seconda Repubblica è accaduto sempre!), ma intanto gli italiani hanno gradualmente perso il controllo sulle persone che mandano in Parlamento. È iniziata così. C’era una volta la prima Repubblica: proporzionale puro (solo un piccolo quoziente da superare) e tre preferenze: ogni elettore pesava uguale, poteva scegliere tre candidati, e ogni politico aveva bisogno di lui. Ma dopo quasi mezzo secolo giocato con queste regole si iniziò a dire che in alcuni casi i tre voti venivano usati per identificare l’elettore, con le “terne” di nomi votati “in stile tombola”. Così nacque, nel 1991, una riforma perfetta, che grazie ad un referendum abrogativo promosso tra gli altri da Mario Segni (e votato dagli italiani a stragrande maggioranza) introduceva la mono preferenza. Si poteva, cioè, votare un solo partito e un solo candidato. Così l’elettore non era più identificabile in nessun modo e il suo voto pesava tantissimo: troppo bello per durare, i partiti soffrivano. Poi arrivò il referendum sul maggioritario (anche questo vincente nelle urne). In applicazione di quel risultato nacque il Mattarellum con il 75% di collegi di maggioritario e il 25% di eletti nel proporzionale. Era una legge votata e pensata dallo scudo crociato nella convinzione che la Dc sarebbe arrivata prima in tutti i collegi: invece i consensi crollarono e la Dc e i suoi alleati centristi arrivarono ultimi in tutti i collegi. Poi Silvio Berlusconi, che con il Mattarellum aveva vinto, decise di cancellare i collegi, che davano troppa forza ai parlamentari eletti sui territori, e introdusse il cosiddetto “Porcellum” (nome dato dal leghista Calderoli, che dopo aver scritto le norme disse: “Abbiamo fatto una bella porcata!”). Niente collegi e niente liste bloccate: gli elettori iniziavano a perdere il controllo sugli eletti, e non erano in grado di decidere i nomi, che venivano imposti dai partiti con l’introduzione di un nuovo micidiale strumento: le liste bloccate. Per quanto possa sembrare strano, nel 2016 Matteo Renzi da leader del Pd riuscì a fare di peggio. Prima concepì l’Italicum, con un premio di maggioranza abnorme che fu bocciato dalla Corte Costituzionale, perché consentiva a una minoranza (fate attenzione) di governare con una grande maggioranza. L’allora leader del Pd, però, non capì la lezione: e si affidò al fido Ettore Rosato, per una nuova legge, che prese il nome di Rosatellum, un altro sistema ibrido in cui, oltre ad un proporzionale rigorosamente bloccato (niente preferenze, nessuna possibilità di scelta dei nomi), si prevedeva una quota di collegi in cui raggiungendo il 51% si poteva essere eletti direttamente. Ma questa legge, per tenere insieme capre cavoli, aveva dei meccanismi surreali: il cosiddetto flipper, che creava una lotteria su tutti coloro che non prendevano un quoziente pieno, combinato con le multicandidature, che consentivano dei capolista civetta: tu lo votavi a Pescara – per esempio – ma quello poi veniva eletto in Veneto, e così il seggio passava al secondo della lista bloccata (anche lui nominato). Una legge che rappresentava un trionfo per i cosiddetti “Nominati”. Pensate che per decidere – a parità di elezione – chi entrava dopo il capolista eletto, in uno stesso partito in circoscrizioni diverse, si prendeva quello della circoscrizione che aveva ricevuto meno voti. Assurdo, ma vero.

Ebbene, era difficile fare peggio, ma questa legge, questo “melonellum” ne è la prova, ci sono riusciti: cosa direste – infatti – di un governo che impone una legge a maggioranza, ma poi il primo partito e la presidente del Consiglio sono costretti a presentare un emendamento alla legge scritta dal governo che porta il suo stesso nome? Una follia.

E cosa direste di una legge che recupera quel premio di maggioranza abnorme bocciato dalla corte Costituzionale nella prima proposta di Renzi? Una follia, ma lo hanno fatto lo stesso, anche malgrado il sospetto di incostituzionalità. E che direste di una legge che mantiene le liste bloccate e i nominati, ma poi cancella anche i collegi? Una ennesima follia. Spiegabile, tuttavia, con le grandi spaccature emerse tra i partiti di maggioranza dietro le quinte: la Lega e Forza Italia non vogliono in alcun modo cedere sulle preferenze, che darebbero peso elettorale alle minoranze interne. Il tocco finale era una indicazione sul premier che è in palese contrasto con i poteri Costituzionali del Capo dello Stato.

Ecco dunque che si arriva al voto di ieri con il compromesso, già scricchiolante, sulle preferenze “tarocche”. Forse scontentava tutti e tre i principali alleati di governo, e il risultato si è visto in Aula. Un deputato su sei del centrodestra ha fatto mancare il suo voto. Adesso, per il regolamento della Camera, non si può introdurre più nessuna norma che riguardi le preferenze. La legge passerà al Senato, e se le preferenze dovessero tornare in quella sede, sarebbe necessario un nuovo voto della Camera.

Ecco perché la maggioranza, ieri, con un solo voto, ha perso tante cose insieme: 1) la fiducia reciproca; 2) il tempo del percorso parlamentare rapido, che nel conto alla rovescia prima delle elezioni è un fattore decisivo; 3) la sua compattezza nei confronti di Roberto Vannacci, che aveva detto di non apprezzare quell’emendamento, ma che poi, (al contrario degli altri) ha votato in modo leale con tutto il suo gruppo di deputati (che hanno fatto pure un video!). Volete vedere, che dopo tutto questo terremoto, si rischia di andare a votare ancora con il vecchio Rosatellum?

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