il caso che sconvolse l’Italia

Quella ragazza del Vaticano torturata nel traffico di Roma

24 Agosto 2026

La scomparsa del 22 giugno 1983, poi le sevizie: due nastri raccontano l’orrore

14 luglio 1983

È un giovedì che segna la settimana più importante del caso. Non senza ragione proprio il 13, il 15 e il 16 luglio su Il Messaggero compaiono di nuovo i famosi avvisi di inizio sequestro a pag 7 e 5 «Chiediamo contatto con s.r.». La trattativa si va facendo durissima, i ricattatori premono.

Nel pomeriggio a casa di una cara amica di Emanuela, Carla De Blasio, appena interrogata il 12 dagli inquirenti, alle 19 squilla il telefono. I rapitori sanno anche chi viene escusso e cosa dice. È un uomo abbastanza giovane, calmo, senza inflessioni. «Devo farle una comunicazione. Non posso dirle chi sono. Emanuela, che sta bene, ci ha dato il suo numero di telefono. Nella piazza di San Pietro, che è vicino alla sua abitazione, in direzione della finestra dell’Angelus, depositiamo un nastro, inviato ai determinati periti che ritenevano un falso il primo documento fonico». Il messaggio come vedremo è cruciale per quel che accade a brevissimo. Il nastro guarda “la finestra dell’Angelus”. È una pistola sul tavolo, il Papa è il bersaglio. Il telefonista cerca di comunicare qualcosa a tutti, non usando le consuete fonti più istituzionali. Il messaggio è dirompente anche se nel disordine intorno al caso nessuno se ne accorge: dice chiaramente che è stato già consegnato a «determinati periti» un «primo documento fonico». Elemento che, ovviamente, non compare in nessun coevo documento pubblico, non sappiamo quando sarebbe avvenuta questa consegna, a dei periti poi. La controparte vaticana sta evidentemente chiedendo prove prima di ottemperare alle dure condizioni del ricatto impostole. E ha incaricato degli esperti che stanno indugiando. Queste per i sequestratori sono prove definitive. Hanno ragione. E hanno deciso di alzare violentemente il livello dello scontro di fronte al muro dei rifiuti. Non sappiamo come ma al Vaticano questo messaggio arriva prima che agli inquirenti. E il nastro non si trova più.

17 luglio

Il telefonista si rivolge allora, visto il primo tentativo andato a vuoto, all’altro vertice del ricatto, lo Stato italiano. Verso le 22,35 un uomo dalla voce giovanile e con un italiano perfetto avverte un giornalista della redazione cronaca dell’Ansa: «È stato lasciato per voi un nastro avvolto in un manifesto lungo la scalinata che va da via della Dataria a Piazza del Quirinale, vicino al muro del palazzo. Il nastro che indicammo alla madre di Carla era stato preso presumibilmente da due funzionari del Vaticano e non ne è stato reso noto il contenuto. Questa di stasera è una risposta ai periti che hanno esaminato il primo nastro». Il bersaglio stavolta è il più alto della Repubblica, direttamente il Presidente. È uno schiaffo alla Santa Sede che sta cercando di disconoscere e occultare le prove già consegnatele. È un nastro che contiene qualcosa in più del primo, che non conosciamo, che era già stato consegnato. È un passo avanti nella completezza della prova, contiene qualche parola, qualche voce, qualche particolare sonoro che fa identificare la vittima e il carnefice.

Emanuela Orlandi in a file photo, Rome, Italy, 11 July 1983. ANSA/OLDPIX

IL NASTRO DEI SEVIZIATORI

Si tratta dell’audio di una violenza fisica agghiacciante su una ragazza, che sconfina chiaramente nella tortura. Abbiamo saputo che con ogni probabilità ne esistevano più versioni. Su quel documento fondamentale si stava compiendo un’operazione di crescente collage. Anche qualora fosse uscito avrebbe dovuto essere leggibile in modo decrescente alla filiera dei ricattati, tenendo all’ultimo posto come sempre la pubblica opinione, con il nastro più “coperto”. Il contenuto giustifica tanto ritaglio. Sono gli strazianti spezzoni di un annientamento morale e fisico. Il lato B contiene una registrazione che dura sette interminabili minuti. Sono scanditi da urla lancinanti, quasi disumane, da lamenti e pianti affannosi e intensi di una giovane. Si tratta di una persona sicuramente legata o costretta, cui viene tappata la bocca di tanto in tanto. Alcuni lamenti sono a denti stretti. È al limite estremo della sua sopportazione ma non impreca, piuttosto implora Dio e i suoi aguzzini. Il nastro rinvenuto viene immediatamente acquisito e il Sisde stila il 25 luglio un documento in cui ne trascrive i contenuti. Nella relazione si parla di voci maschili ma nel materiale registrato non sembra esservene traccia se non residuale. È un altro segnale che ne esistono più versioni.

Nel documento si legge: «Secondo quanto riferito da familiari di Emanuela a funzionari di polizia, la voce (prima facciata) di donna corrisponde – con buona probabilità – a quella della giovane scomparsa il 22 giugno... Dall’ascolto della registrazione si evince che la stessa è stata fatta mentre la ragazza veniva sottoposta a stimolazioni dolorose di intensità variabile e progressivamente crescente (scariche elettriche?)… Si è tratta l’impressione che il soggetto passivo, di sesso femminile, sia stato sottoposto a sevizie, presumibilmente di carattere sessuale, da almeno tre persone di seguito. I soggetti attivi appaiono di nazionalità italiana, e due di loro tradiscono un accento simile a romanesco.

I rumori di fondo presenti nella registrazione potrebbero indicare che le “sevizie” hanno avuto luogo in un ambiente chiuso situato in centro urbano».

Il documento, quindi, parla della presenza di uomini ma il nastro non ne presentava a eccezione di tre voci maschili molto sfocate. Gli sconosciuti protagonisti dicono: «Io da questa me lo farei succhia’» e poi «Fatti fare», e infine «Vogliamo andare». La voce della ragazza dice invece: «Oh Dio, il sangue, quanto sangue» e si lamenta. Si sentono in sottofondo rumori da traffico urbano e la voce femminile respira affannosamente, urlando e piangendo. Pronuncia le parole «Sto svenendo, sto svenendo» e urla ripetutamente in modo lacerante, come se in quel momento il suo corpo fosse sottoposto a qualche violenza fisica intensa e ripetuta che le fa perdere i sensi. Le sue frasi sono «Ahiaaa mi sento male… Oh Dio mi sento male… Ahio che male! Dio che male che male... Dovevo darti quel numero di telefono».

La sua voce si spegne e si alza come se stesse davvero sul confine della perdita di sé. A un certo punto implora: «Che mi lasci dormire adesso», frase che l’ha fatta riconoscere ai parenti come appartenente a Emanuela in quanto sua tipica modalità di espressione. Il nastro testimonia senza dubbio un evento di estrema gravità. Nonostante i familiari avessero riconosciuto il 19 luglio la voce di Emanuela in quel nastro gli inquirenti dissero subito che si trattava di spezzoni tratti da un film porno, ma mai nessuno ha indicato il nome del terribile film per comparare le voci. Neanche Pietro il fratello riuscì ad ascoltarlo all’epoca. Il nastro sparì dalle cronache per più di vent’anni. Eppure prima di questa sintesi dai Servizi appena riassunta proprio il 18 luglio, il giorno prima di farlo ascoltare ai familiari, la relazione tecnica del Sisde, in collaborazione con il Sismi, era stata su alcuni particolari ancora più incisiva, quasi inequivocabile: «Trattasi verosimilmente di una registrazione in diretta, sovrapposta a base già registrata, riproducente suoni e rumori di diversa natura. Detta valutazione scaturisce dall’impressione: di tre diversi livelli di rumori, fruscii di fondo e diverse tonalità di voci); che la parte finale sia una ripetizione della prima parte riprodotta con tonalità più sfumate.

"Mi sono reso conto che l'inchiesta vaticana sulla scomparsa di Emanuela è una farsa. L'ho detto anche a persone vicine al Papa, capisco che ha mille problemi ma questo non è un problema minore". Lo dice Pietro Orlandi, nel corso di un sit- in promosso in piazza Cavour per i 41 anni dalla scomparsa della sorella, Emanuela Orlandi, 22 giugno 2024. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dalla registrazione oltre alla voce attribuibile alla ragazza, si rivela la presenza di almeno altre tre persone di cui: una probabilmente di lingua turca per la pronuncia corretta del nome Agca; una di sicura lingua italiana per la corretta pronuncia di talune frasi (es. questo non lo registrerei...); un’altra, infine, dall’accento romanesco. Esame psicologico: l’impressione che deriva dal confronto della voce femminile registrata sui nastri sinora esaminati, con particolare riferimento a quella relativa alla presunta “intervista” della Orlandi, è che si tratti della medesima persona, in considerazione della somiglianza del timbro e della tonalità della voce, anche se l’intensa emotività presente nella voce registrata nell’ultimo nastro unitamente allo specifico contesto, rende più difficile il contesto stesso. Si sottolinea peraltro, che tali valutazioni si basano esclusivamente sui lamenti e sulle frasi chiaramente intellegibili pronunciate dalla donna in questione. Esse sembrano denunciare un’autentica e intensa sofferenza estremamente credibile nella sua espressione».

Altro che film porno, è l’audio di una vera tortura e la vittima è proprio Emanuela Orlandi. Di questo evento registrato esiste ancora un’altra trascrizione ed è ancora leggermente diversa da questa. Proviene dalla Criminalpol, è del 30 luglio, ha altre frasi e altre evidenze sonore, come la presenza di un cane in sottofondo insieme al ronzio da registrazione, ma anche alcuni particolari in meno.

Esiste, inoltre, anche la testimonianza di un agente della Digos, Antonio Ascione, intervistato nella trasmissione Nove racconta. Sostiene di essere andato lui a ritirare la cassetta alla Dataria insieme ad altri colleghi ma la sua firma non compare nel rapporto relativo. Ascolta di fronte al giornalista il nastro per qualche minuto. E commenta così: «A me questa sembra un atto sessuale, non è quella là che ho sentito io. Questa è una registrazione di... di un qualcosa di... porno. Io mi ricordo di torture, più che altro. Che lei diceva basta, basta – silenzio stai zitta, smettila – i pianti, molti pianti si sentivano. Quello che ho sentito adesso, sarà la parte più dolce di tutto quello che ho ascoltato quella sera, perché se avessi ascoltato solo questa parte, tanti anni fa, avrei dormito tranquillamente. E invece mi ricordo che non ho dormito. Ho pensato tanto a quella registrazione... Comunque i tagli si sentono chiaramente, forse altre voci di tortura e altre voci maschili che c’erano e non ci sono più».

O Ascione è un individuo patologico che cerca una rischiosa pubblicità incomprensibile a distanza di anni, oppure dice la verità. Esistevano o esistono almeno tre versioni di quella registrazione. Quelle che non abbiamo contenevano altri momenti ancora più raccapriccianti e anche le voci dei colpevoli, nascoste dal Sisde.

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