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24 agosto

24 Agosto 2026

Oggi, ma nel 1962, ad Arma, frazione di Taggia, in quel d’Imperia, Tranquillo “Tino” Allevi, di 50 anni, grossista in Riviera di formaggi del Consorzio dei produttori di latte della provincia di Novara, veniva stroncato da un bitter di marca Sanpellegrino avvelenato con l’E 605, detto anche Parathion, inviatogli per posta da Renzo Ferrari, di 42, veterinario riconvertitosi come agente d'una ditta di dentifrici di Torino, vice sindaco di Barengo di Novara e amante di Renata Lualdi, moglie della vittima, casalinga novarese di 37. L’assassino (nella foto, particolare, con la madre, la maestra in pensione di Barengo Teodolinda Masazza, prima dell’inizio di una delle udienze del tortuoso iter processuale) era anche debitore nei confronti del malcapitato.

Quest’ultimo, originario di Pavia, ma da tempo residente nel luogo del delitto, era stato tratto in inganno e convinto ad assaggiare l’aperitivo rosso, commercializzato da Giuseppe Mentasti della società di San Pellegrino Terme nel 1961, lusingato dal lancio d’un nuovo prodotto del quale verosimilmente avrebbe avuto l’esclusiva di vendita per quella zona del Ponente ligure. Allevi spirava alle 23 nella clinica “Villa Spinola” di Bussana di Sanremo. Per poco non veniva fatto fuori dalla bevanda letale anche il suo collaboratore Isacco Allegranza che, alle 21, alla presenza del rappresentante di prodotti caseari Arnaldo Paini, assaggiava il contenuto della bottiglietta, arrivata col tappo di sughero dentro una scatola di biscotti svuotata, nel deposito di via della Stazione.

A confessare e ad additare come responsabile Ferrari era, già in nottata, dopo sei ore d’interrogatorio nella locale stazione dei carabinieri, la stessa Luardi. Che raccontava anche come Ferrari fosse ossessionato dall’idea di strapparla al consorte e che fosse arrivato pure ad offrire al coniuge 4 milioni di lire per averla. La vicenda destava enorme clamore mediatico e verrà inserita nell’almanacco della cronaca nera del Belpaese. Il 17 ottobre 1967 il killer, che aveva acquistato sei fiale di quell’anticrittogamico adoperato abitualmente per la coltivazione dei garofani nella farmacia di Momo, verrà condannato all’ergastolo, in via definitiva, dopo il passaggio in Corte di cassazione. Verrà graziato, il 22 novembre 1986, dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dopo aver trascorso 24 anni in reclusione.