Sangue a Minneapolis, la notte di Caracas e la lezione all’Europa

Trump ha imposto la legge della forza dentro e fuori lo Stato. Bisogna che l’Europa si federi a partire dai Volenterosi
ROMA. Dopo la notte di Caracas e la defenestrazione di Maduro, con gli scenari che apre, ieri la brutale uccisione di una cittadina americana da parte di un poliziotto anti-immigrati a Minneapolis, America profonda. Altro che Nobel per la pace e la giustizia, Donald Trump si aggiudica, all’inizio di questo nuovo anno, il trofeo mondiale dell’uso della forza (militare e poliziesca) come legge universale. All’estero e in patria. Fatti diversi, occasioni diverse, ma tutti riconducibili a una medesima visione e pratiche politiche, che acuiscono anche le divisioni e i contrasti all’interno degli Stati Uniti.
La tragica fine di Renee Nicole Good, attivista dei diritti umani, madre di tre figli, uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, ha portato alla ribalta una frattura profonda tra Casa Bianca e autorità locali. Trump e la sua ministra per la sicurezza interna hanno cercato, con facce toste da Nobel, di far passare come «legittima difesa» delle forze di polizia i tre colpi sparati a bruciapelo da un agente contro la donna che stava in macchina.
«Bullshit», stronzata, ha replicato subito il sindaco della cittadina del Minnesota dopo aver visionato il video che sbugiarda il governo federale, mentre si allargano le proteste – dalle coste dell’Atlantico a quelle del Pacifico – contro la decisione di Trump di militarizzare le città americane che non seguono la sua politica. Solo dall’interno, del resto, gli Stati Uniti possono cambiare rotta rispetto al presente. E, tuttavia, oggi come oggi, quello che accade in America e nel mondo dovrebbe far riflettere meglio noi europei. Dobbiamo ormai sempre più fare i conti con la fine di realtà e princìpi che avevano guidato la nostra vita dopo la seconda guerra mondiale.
L’Occidente, per come l’avevamo conosciuto, non esiste più. L’Europa non ha girato, e non può girare le spalle all’America, ma dobbiamo prendere atto che Donald Trump ha allontanato le due sponde dell’Atlantico. Il diritto internazionale è defunto, così come il rispetto dei diritti umani. La vicenda di Minneapolis è solo l’ultimo esempio. L’unica legge che oggi conta è quella del più forte. Le vicende dell’Ucraina e del Venezuela, pur differenti tra loro, lo testimoniano e costituiscono precedenti da imitare.
Dmitry Medvedev, l’anima nera del Cremlino e campione di provocazioni, ha avvertito Zelensky che potrebbe fare la fine di Maduro. Dopo la notte di Caracas, fanno riflettere le affermazioni di un cittadino venezuelano a cui il regime di Maduro ha ucciso i familiari e ha portato via tutto: «Il diritto internazionale», ha tenuto a sottolineare questo cittadino, «è un privilegio. Noi, o gli iraniani, o i russi, o cinesi, non abbiamo questo privilegio. Nessuno si è preoccupato dei nostri diritti quando venivamo incarcerati, uccisi o espropriati dei nostri beni».
Gli assetti geopolitici vengono progressivamente ridisegnati sulla base di appetitosi interessi economici (petrolio, minerali, terre rare, commerci) e seguono la logica di un rapporto di forza tripolare. Stati Uniti di Trump, Russia di Putin e Cina di Xi Jinping, ispirati da differenti visioni ideologico-religiose e dotati di potenti arsenali nucleari, sono i padroni del “nuovo mondo” diviso in sfere di influenza. Ognuno comanda in quello che giudica il proprio giardino di casa. L’intervento di Trump in Venezuela è anche un modo di far capire a Russia e Cina che quella è “roba” sua. Nella spartizione del mondo, che si va precisando – probabilmente anche con patti segreti e non senza frizioni – non tutti e tre hanno la stessa forza perché la Russia non ha una economia a livello delle altre due, ma anche con lei devono fare i conti Stati Uniti e Cina per costruire il “nuovo ordine” planetario.
E, nei fatti, si legittimano a vicenda al di là delle dichiarazioni ufficiali, come è accaduto nel vertice di Ferragosto dell’anno scorso, tra Trump e Putin, nella base americana di Anchorage, in Alaska. Del resto, sia Mosca che Pechino si sono indignati a parole per l’assalto militare degli americani a Caracas, ma non hanno mosso un dito in difesa di Maduro che sembrava fosse un loro alleato. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è che fine fa l’Europa ovvero l’Unione europea? Nell’assetto che si sta ridefinendo, la Commissione e il Parlamento di Bruxelles sono tagliati fuori. L’Europa, o meglio il cuore pulsante dell’Europa, che non è a Bruxelles, se vuole sopravvivere deve rifondarsi.
Prima lo fa, più speranze ha di essere il quarto incomodo nel mutato scenario planetario. È evidente che 27 Stati che devono prendere decisioni vitali all’unanimità, come accade oggi nell’Unione europea, non vanno da nessuna parte. E allora? Ci vuole una locomotiva – formata, per iniziare, da Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia – che avvii finalmente un percorso verso uno Stato federale europeo: stessa moneta, esercito comune, unico ministro degli Esteri. Sì, è vero, la Gran Bretagna è uscita dall’Unione, ma se n’è pentita. In un mutato quadro europeo potrebbe avere interessi a federarsi o a ricercare politiche comuni. Oggi si sta muovendo con altri “volenterosi” Paesi europei per il sostegno all’Ucraina. Chi non è disposto comunque a cedere quote della propria sovranità allo Stato federale resta fuori.
Rifondare l’Europa e andare in questa direzione non è semplice, naturalmente, può apparire utopistico, soprattutto perché strati consistenti di opinione pubblica fanno difficoltà a comprendere, in varie parti d’Europa e per svariate ragioni, che in questo mondo sconvolto dobbiamo fare affidamento solo sulle nostre forze. Quale altra strada, però, esiste se vogliamo superare imbarazzanti balbettii di fronte alle tragedie della guerra e non accettare di essere vassalli e valvassini dei potenti di oggi? Gli Stati nazionali, le illusioni sovraniste ci portano a essere del tutto subalterni a potenze rapaci, interessate solo a se stesse, se non riusciamo a far capire qual è oggi la reale posta in gioco.
Ho visto che qualcuno esalta il recente National Security Strategy, documento trumpiano che definisce la sua visione strategica, e lo magnifica nella parte in cui incita L’Europa a tornare agli Stati nazionali per essere i migliori e più fedeli alleati degli Usa. Decidiamoci: vogliamo essere protagonisti nel mondo attuale o seguaci di Trump e delle sue politiche? La “Coalizione dei Volenterosi” europei, che si riunisce ormai tra Parigi e Londra, potrebbe essere il primo nucleo di una nuova Europa, se i governi partecipanti si chiariscono tra loro le idee. Ci vogliono, ovviamente, leader autentici, partiti all’altezza delle sfide e popolazioni consapevoli del periodo che stiamo vivendo. L’Europa ha un sistema produttivo di tutto rispetto, anche se va aggiornato, possiede intelligenze e capacità che non temono confronti, è dotata di molte qualità – se si scrolla di dosso talune eredità del passato – per essere un soggetto politico che agisce da protagonista nel mondo nuovo e terribile che la realtà planetaria ci prospetta.
Abbiamo certamente ritardi e difetti. Li hanno esaminati attentamente due italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, nei loro rapporti della primavera-estate del 2024, che indicano le possibili soluzioni per sfruttare meglio tutte le nostre potenzialità. L’Europa è un blocco che deve integrare di più le politiche economiche, sociali e strategiche se vuole essere competitiva e difendere i propri valori. Rinunciare a essere il quarto incomodo tra i “tre grandi” ci condannerebbe, per il presente e nel futuro, a essere tra gli emarginati del terzo millennio, con abbassamento del tenore di vita, rinunce alle protezioni sociali che, nonostante tutto, sono tra le migliori del mondo, e a fungere da nuovi ascari al servizio di potenze mondiali.
Noi non dobbiamo unirci in contrapposizione ad altri, o per aggredire qualcuno, ma per non farci mettere i piedi in testa da nessuno e non diventare il giardino di case altrui. Soprattutto quando quei padroni di casa agiscono nel disprezzo più totale delle regole e della vita umana come è accaduto a Minneapolis. Possiamo farcela se comprendiamo che cosa sta succedendo nel nostro pianeta. Non basta proclamare i valori e i princìpi della democrazia in un mondo di bulli e prepotenti che fanno strame di ogni regola.
Così come non serve appellarsi genericamente all’unità europea. Ora che la guerra è tornata ad essere un avvenimento, ahinoi!, normale e il più forte detta legge, non servono le torri d’avorio in cui per troppo tempo in troppi si sono rinchiusi, facciamo scelte coraggiose, prendiamo decisioni concrete, intraprendiamo azioni politicamente, economicamente e militarmente adeguate alla nuova realtà. È da anni che molti lo chiedono. È il momento di farlo. È finita l’epoca di un Vecchio Continente imbalsamato, che va in ordine sparso, aggrappato solo a una stessa moneta. L’Europa o batte un colpo sul serio, con idee chiare e condivise, o è finita davvero e, allora, potrà fare solo chiacchiere sulla notte di Caracas e sul brutale delitto di Stato a Minneapolis.
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