l’editoriale

Superare la dittatura dell’emergenza, così il territorio va salvaguardato

9 Aprile 2026

L’editoriale di Giulio Borrelli sulla vicenda della frana di Petacciato

La frana di Petacciato, che ha diviso in due la costa adriatica e gettato nello scompiglio la circolazione ferroviaria e stradale tra Nord e Sud, è millenaria. Ogni tanto si riattiva. «Non si fermerà mai: si possono fare opere di mitigazione, ma bisogna conviverci», dice Nicola Sciarra, geologo dell’Università Chieti-Pescara, che conosce questa realtà. In ginocchio, per un periodo non breve, sono imprese, commercio e turismo. Pesanti i danni economici.

Convivere con le frane. Un bel problema soprattutto dopo i mutamenti climatici che ci costringono a fronteggiare fenomeni impetuosi come quelli della settimana trascorsa.

C’è una massima cinica che ben conoscono i palazzi del potere: «Se torturi i numeri abbastanza a lungo, alla fine possono dirti qualsiasi cosa». Il fango che scivola dai nostri versanti appenninici e l’asfalto che si sbriciola sulle strade conoscono le leggi della natura, non quelle dei palazzi, e i dati reali fotografano una realtà impietosa. L’Abruzzo e il Molise sono regioni che hanno smesso di curarsi, vittime di un sistema dove le responsabilità si rimpallano mentre la terra dichiara la sua resa anche per colpa di un consumo scriteriato del suolo.

Tanti Sindaci vivono quotidianamente la responsabilità di un territorio che cercano di proteggere con le risorse disponibili. C’è chi ha “tenuto botta” evitando disastri più gravi grazie a una manutenzione attenta per quanto possibile, ma non basta fare la propria parte se il sistema intorno vacilla. Non è questo il tempo delle polemiche strumentali. È, tuttavia, il tempo delle verità necessarie, che prescindono da chi oggi governa a Roma o in Abruzzo e in Molise perché affondano le radici in un male antico: l’incapacità o l’impossibilità di elevare la manutenzione del territorio a reale priorità delle scelte di governo a qualsiasi livello.

I numeri nazionali sintetizzano una sentenza senza appello. Secondo l’inventario dei Fenomeni franosi in Italia (Iffi), citato dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Italia conta complessivamente oltre 680 mila eventi franosi, tra quelli millenari come Petacciato e altri meno risalenti nei secoli. Ben 194mila frane sono classificate come “attive” o “riattivate”: ferite aperte che minacciano oggi centri abitati e infrastrutture. Oltre il 94% dei Comuni italiani risulta esposto a rischio frane e quasi sei milioni di italiani vivono in queste aree. Di fronte a una potenziale “armata di fango” la controffensiva dello Stato è del tutto inadeguata. Sul RenDIS (Repertorio nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo) risultano appena 5.600 interventi pronti per essere cantierati. Per realizzarli servirebbero 26 miliardi e mezzo di euro, un’intera finanziaria. A questa cifra vanno aggiunti altri 50 miliardi, stimati dalla fondazione Caracciolo (ACI), solo per rimettere a norma la dissestata rete stradale di Province e Comuni.

In Abruzzo la quasi totalità degli Enti locali convive con aree a rischio frana. Con 8.500 eventi registrati contiamo mediamente una frana ogni 1,2 kmq. Alla vigilia di Pasqua il presidente Marco Marsilio ha ricordato che per mettere in sicurezza l’Abruzzo serve “qualche miliardo di euro” mentre le risorse reali stanziate negli ultimi anni sono poco più di 200 milioni (tra fondi europei PNRR, FERS, FSC e leggi varie). Il dato è drammatico: sono state finanziate appena il 10% delle reali esigenze del territorio. Per giunta si tratta, quasi esclusivamente, di fondi di derivazione europea e statale. È, dunque, opportuno che anche il governo regionale di oggi e quelli che si avvicenderanno in futuro, di qualsiasi tendenza politica, stanzino significative risorse proprie di bilancio e rafforzino la squadra di esperti pronti a intervenire nelle varie situazioni di dissesto. Sappiamo, naturalmente, che né Governo nazionale né la Regione, né i Comuni hanno la bacchetta magica e le risorse sono scarse per tutti. Proprio per questo va cambiata strada per non finire sotto le frane e dare continuità strutturale, con piani decennali, agli investimenti.

Fino a oggi, purtroppo, abbiamo assistito ad un cortocircuito istituzionale: lo Stato sembra avere sempre altre priorità e lascia a secco i rubinetti dei finanziamenti, la Regione programma interventi che spesso restano solo sulla carta per mancanza di fondi reali, in mezzo restano i Comuni, la prima frontiera dello Stato, a cui i cittadini chiedono conto di una frana o di una buca stradale. È evidente che questo scaricabarile non può continuare. In un contesto così difficile e articolato, per competenze e responsabilità, non basta la buona volontà di un Sindaco laddove occorrono enormi risorse strutturali e una semplificazione delle complicate procedure burocratiche.

La Regione deve impegnarsi subito su un fronte vitale. Comuni e Province, in questi giorni, sono chiamati a intervenire con lavori di somma urgenza per eliminare pericoli e ripristinare la viabilità. Molti Enti locali sono in affanno perché non hanno risorse di cassa per anticipare spese consistenti e rischiano di dover ricorrere alle banche con relativo aggravio di costi. La ricognizione dei danni, che spetta ai Comuni e alle Province, deve senz’altro avvenire in tempi rapidi ma, con la stessa velocità, vanno reperite le risorse di competenza del Governo e della Regione. I fondi che saranno stanziati per l’emergenza in Abruzzo, Molise e Puglia non saranno sicuramente sufficienti a mettere mano a tutte le criticità evidenziate nei giorni delle piogge e delle nevicate. Le varie problematiche vanno comunque inserite in piani di lungo periodo da finanziare progressivamente con risorse adeguate. Dobbiamo superare la “dittatura dell’emergenza”: passata la tempesta, tendiamo a scordare tutto e le cose da fare finiscono nel dimenticatoio. La salvaguardia del territorio coincide con la tutela della vita quotidiana di tutti noi perché riguarda le infrastrutture strategiche: strade, autostrade, ponti, ferrovie, reti idriche.

Difendere il suolo è una scelta di civiltà per garantire un domani al nostro Paese. Il rischio può essere eliminato o se non è possibile eliminarlo, va mitigato, come dovrebbe accadere per la frana di Petacciato.

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