“Trumpicidio”: l’editoriale del direttore dopo il nuovo orrore Ice

Il capo delle guardie di frontiera ama girare con indosso un cappotto di pelle uguale a quello di Hitler. Non è una scelta eccentrica. È un programma politico. Una strategia del terrore riassumibile in una sola parola
PESCARA. In queste ore in cui il Minnesota confina con Gaza, con il Venezuela, con la Groenlandia e l’Europa (e dunque con noi), una sequenza funerea irrompe, ancora una volta, nelle nostre case, in diretta dal circo dell’orrore di Minneapolis. Nello stesso giorno in cui si arrestano e si deportano un padre e un bambino di due anni, in cui si azzera il Diritto, un uomo viene buttato a terra e linciato da otto energumeni della milizia paramilitare di Trump, e infine freddato da quattro colpi di pistola in mezzo alla strada. Il presidente - come accadde dopo l’omicidio di Renee Good - ha ovviamente difeso il pistolero.
E i lettori di questo giornale, purtroppo, già conoscono l’uomo che guidava la squadraccia, perché quel losco figuro (si chiama Greg Bovino) ve lo avevamo già raccontato. Avevamo, per primi, cioè, puntato il dito su questo orrorifico personaggio, capo delle guardie di frontiera di Trump, che ama girare in mezzi agli scontri metropolitani, con indosso un cappotto di pelle uguale a quello di Adolf Hitler, e un taglio scalpato in stile SS. Un vezzo, diceva qualcuno: no, un cappotto così non è una scelta eccentrica. È un programma politico. Una strategia del terrore riassumibile in una sola parola: Trumpicidio.
