Weber: «Il No adesso cresce perché il campo largo è più compatto e il centrodestra perde voti»

23 Febbraio 2026

Il presidente dell’istituto Ixè: «Contrari oggi tra il 52% e il 54%». Su Forza Italia: «È la loro riforma, ma un elettore su 5 è passato all’altro fronte»

PESCARA. «A meno di clamorosi imprevisti o errori di uno dei due schieramenti, questa sarà la tendenza con cui si arriverà al voto». Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè, presenta così l’ultima rilevazione sul voto referendario che porterà gli italiani alle urne il weekend del 22-23 marzo per esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia.

Il sondaggista è stato il primo a registrare il sorpasso del fronte del No e il suo nuovo studio sembra confermare il trend: con un tasso di affluenza tra il 40 e il 45%, i contrari oscillerebbero tra il 52% e il 54%, i favorevoli tra il 46% e il 48%. Un deciso cambio di passo rispetto ai primi sondaggi, che per settimane hanno rappresentato il Sì come nettamente in vantaggio. A definire la situazione attuale ha contribuito, spiega Weber, il ritorno in campo di un terzo attore che si è inserito tra i due fronti e che potrebbe avere un ruolo «cruciale» nell’esito del referendum: gli astensionisti che per questa riforma hanno deciso di ritornare alle urne.

Weber, quali sono i rapporti di forza all’interno di questo terzo gruppo?

«Per uno che vota Sì, ce ne sono due che votano No».

Chi sarebbero questi ormai ex astensionisti che per il referendum hanno deciso di tornare alle urne?

«Sono quelli che non si sentono né di destra né di sinistra, che, ad oggi, non andrebbero a votare alle prossime elezioni».

Di quanti voti parliamo?

«Circa il 25% di quelli che andranno a votare. È una parte minoritaria ma decisiva, perché gli altri due schieramenti sono più o meno in equilibrio».

Come si possono inquadrare?

«Non è gente che milita, ma che ascolta e su quello che sente costruisce il proprio giudizio. Si può dire che rappresenti il ritorno di un po’ di opinione pubblica».

Cosa registrate, invece, all’interno dei due schieramenti?

«Una maggiore compattezza del fronte del No rispetto a quello del Sì, dove vediamo più frammentazione e, soprattutto, una maggiore propensione a rimanere a casa i giorni del voto».

In quale partito è più accentuato questo fenomeno?

«Nella parte di elettorato che vota Forza Italia e Noi moderati».

Ma sono loro ad aver partorito la riforma. Berlusconi ne è sostanzialmente il padre putativo.

«Beh, da quello che ci risulta il 20% di questi elettori andrà alle urne per votare No».

Quindi uno su cinque. Un numero così rilevante?

«Per dare un’idea, il livello di compattezza del No all’interno del Pd è del 97,4%».

Quindi il centrodestra perde voti sia per il maggiore astensionismo che per la crescita del No tra le loro fila.

«Sì, stanno soffrendo questa doppia dispersione. Il loro è un elettorato meno motivato».

E gli attacchi alla magistratura fatti da Meloni? Stanno rafforzando il fronte dei favorevoli alla riforma?

«No, non stanno pagando. Insistere su un piano squisitamente politico non frutta perché la credibilità è bassa».

A guadagnarci da questa situazione allora è la magistratura?

«Sa che, per la prima volta dopo 20 anni, la fiducia nella magistratura ha superato il 50%? Ben 8 punti in più rispetto allo scorso novembre».

È l’effetto Meloni?

«Più che altro, è l’effetto paura».

Paura per i contenuti della riforma?

«No, è troppo tecnica per essere abbastanza conosciuta. C’è una preoccupazione più generalizzata per l’instabilità politica dell’Italia, dell’Europa e del pianeta, che alimenta la diffidenza verso una riforma che tocca un argomento serio come la giustizia».

Centra in qualche modo l’apparizione a sorpresa del presidente Mattarella alla seduta del Csm?

«La sua presenza lì “non da presidente del Csm, ma da presidente della Repubblica”, come ha detto nel suo discorso, è indubbiamente arrivata alla gente. Quando Meloni poi attacca i magistrati per il caso Sea Watch, in realtà risponde a lui, non ai giudici».

Che l’attacco ai magistrati non alimenti il fronte del Sì è una notizia.

«Non aiuta se l’attacco diventa una questione esclusivamente politica. Per i fatti di cronaca, invece, è diverso».

Che intende?

«Faccio un esempio: chi segue con attenzione il caso Garlasco e ha un giudizio negativo sull’operato della magistratura è compattamente a favore del Sì».

Sorprendente.

«Se il governo insiste su vicende giudiziarie come questa, potrebbe ottenere un ritorno in termini di voti».

E per quanto riguarda le preferenze per fasce di età?

«Sembra confermato che tra i più giovani il fronte del No è in maggioranza. Tra gli over 60, invece, c’è più equilibrio».

Nella sua ultima intervista ha detto che il referendum sta generando una sorprendente convergenza di ex Dc ed ex comunisti verso il No. È confermato?

«Gli elettori della Prima Repubblica – chi votava Dc, Pci o Psi – tendenzialmente premiano il No».

Perché è convinto che questa tendenza rimarrà stabile?

«Il nostro è un mestiere fatto per sbagliare, ma questo è quello che traspare dai dati. Poi, certo, tutto può cambiare. L’elettorato è volatile e, se sbagli, rischi di pagare lo scotto. Si ricorda le elezioni del 2006?».

Prodi contro Berlusconi. Il centrosinistra la spuntò con pochissimi voti di vantaggio.

«Inizialmente, però, il centrosinistra era sopra di 10 punti. Poi uscì quell’intercettazione di Fassino, “Allora abbiamo una banca?”, e in un mese si tornò a una situazione di equilibrio».

In effetti, manca ancora un mese al voto. La campagna elettorale, fino a oggi abbastanza blanda da entrambe le parti, non può cambiare le sorti del voto?

«Penso che la campagna si accenderà nelle prossime settimane e che, nei limiti del possibile, verranno investiti dei fondi, ma non penso che possa incidere in maniera decisiva sull’esito del voto».

Meloni dovrebbe scendere in campo da protagonista?

«Fossi in lei, non lo farei. Il rischio di una sconfitta pesante è concreto».

Il suo sondaggio si basa su una percentuale di affluenza tra il 40 e il 45%. Se aumenta il numero di votanti cambia qualcosa?

«In buona sostanza, no. Però credo che questa percentuale di affluenza sia persino troppo ottimistica».

Quanto pensa che sarà?

«Metterei la forbice tra il 35% e il 50%».

Alcuni suoi colleghi hanno pubblicato sondaggi ipotizzando un tasso di affluenza al 60%.

«Lo escludo. Negli ultimi 20-30 anni non abbiamo mai visto referendum con queste percentuali. Se pensa che alle ultime elezioni in Lombardia, una delle regioni più ricche d’Italia e d’Europa, è andato a votare il 41% degli aventi diritto...».

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