l’anniversario del sisma

Dieci anni dopo Amatrice è la città a due facce. Una è viva, l’altra è fantasma

24 Agosto 2026

La vita è ripresa e torna la speranza, ma sulla strada principale la ricostruzione avanza lenta

AMATRICE

Dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016 ci sono “due” Amatrice. Una viva e vitale (a certe ore il traffico è asfissiante) e un’altra silenziosa, vuota, fantasma, in attesa di una ricostruzione per la quale solo adesso si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel.

Tornare qui, in questo centro storico che la scossa delle 3.36 ha letteralmente cancellato, provoca due sensazioni contrastanti. La prima è la delusione perché ai lati di Corso Umberto I, la strada principale del paese, non c’è quasi nulla. Pochi giorni fa il Corso è stato riaperto alle auto ma sembra più una variante esterna all’abitato che il luogo lungo il quale sino al 2016 batteva il cuore sociale, commerciale, religioso di questo borgo che fino al 1927 faceva parte della Provincia dell’Aquila e che lo si raggiunge in poche decine di minuti sia da Montereale (la frazione Santa Lucia è l’ultima prima di passare nel Lazio) che da Campotosto. Non sono bastate certo decisioni burocratiche prese “dall’alto”, quasi 100 anni fa, per spezzare legami secolari col capoluogo d’Abruzzo.

Salendo verso la zona “commerciale” di Amatrice, dove si imbocca la strada per Campotosto, la delusione viene sostituita dalla speranza e quasi dall’euforia. Amatrice c’è, c’è ancora, anche se la sua “vita” è racchiusa in “isole” dove si trova un po’ tutto: un centro commerciale, scuole, qualche spazio verde, case appena ricostruite, l’angolo del Gusto con le specialità locali (a partire della pasta all’Amatriciana) che hanno il profumo e la qualità di sempre.

Per capire cosa è accaduto in questi dieci anni bisogna ripartire da “quell’ora maledetta”, le 3.36 del 24 agosto 2016. Una incredibile “quasi” coincidenza con le 3.32 del 6 aprile 2009. Quella mattina la scossa si sentì forte all’Aquila. Fummo tutti buttati giù dal letto. Le prime notizie parlavano di un terremoto di notevole entità in provincia di Rieti poi, intorno alle 4.30 del mattino, su Radio 1, Sergio Pirozzi, allora sindaco di Amatrice, pronunciò la frase che fece accapponare la pelle a tutti: il mio paese non c’è più, vedo solo polvere e macerie.

Sono state consegnate ai cittadini di Amatrice 56 unità abitative nel Condominio Picente-Il Casaletto in piazza Sagnotti, case da tempo attese dopo i crolli dovuti al terremoto del 2016, 1 marzo 2022. ANSA/GRILLOTTI

Chiamai istintivamente il direttore del Centro, Mauro Tedeschini e chiesi se potevo andare ad Amatrice per vedere e raccontare quello che era successo. Alle 5.30 del mattino ci demmo appuntamento io e i colleghi Roberto Raschiatore e Pietro Guida davanti alla nostra redazione in viale Corrado IV. Lungo il percorso telefonai a due amici di Campotosto e Montereale che mi dissero che da loro, al momento, danni gravi non se ne vedevano. Trovammo il tempo per fermarci a un bar per fare una rapida colazione. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato ad Amatrice. Alle sei e mezza o poco più eravamo ai piedi della salita che portava (e porta) al paese. La strada a un certo punto era stata bloccata. Bisognava continuare a piedi. Salimmo con il cuore in gola. Non si sentivano grida, vedevamo solo persone che scendevano con gli occhi fissi nel vuoto.

L’OSPEDALE

Giungemmo a una prima ampia curva, sulla sinistra c’era l’ospedale. La struttura era stata evacuata, una trentina di pazienti erano sulle barelle, poggiati fuori, nel piazzale, assistiti da medici e infermieri. Pochi giorni fa, tornando ad Amatrice sono andato subito vedere se l’ospedale fosse stato ricostruito. Sì, è in ricostruzione, più ampio e funzionale e si vedono grandi vetrate che danno sulla strada. Il costo iniziale era di 30 milioni che ora sono lievitati a più di 40. Le previsioni erano di riaprirlo entro il 2025 (l’impresa che si è aggiudicata l’appalto è abruzzese) ma forse passerà anche il 2026. Andando ancora su, in quella calda mattina del 2016, mi colpì la quasi completa distruzione della chiesa e del convento del Santissimo Crocifisso. Davanti al sagrato c’era una suora seduta a terra e ferita. Dietro a lei la catastrofe. La struttura, nel 1919, era stata acquistata da don Giovanni Minozzi (1884-1959) che ne fece la prima sede dell’orfanotrofio femminile dell’Opera nazionale per il mezzogiorno d’Italia (ente che esiste ancora). La chiesa e il convento sono praticamente nelle condizioni di 10 anni fa mentre è in fase avanzata di ricostruzione il grande edificio con chiesa annessa che don Minozzi realizzò anni dopo e che occupa una grande “fetta” del centro storico di Amatrice. Il progetto, elaborato da un gruppo di tecnici guidato dal professor Stefano Boeri, è stato finanziato con una cifra che oscilla fra i 40 e i 50 milioni di euro. La prima pietra fu posta nel 2021 alla presenza dell’allora commissario per il terremoto del Centro Italia, Giovanni Legnini, oggi sindaco di Chieti. Quella mattina del 24 agosto di dieci anni fa con Roberto e Pietro continuammo a salire e ci trovammo, quasi all’improvviso, all’imbocco di Corso Umberto. Sullo sfondo si vedeva una torre ancora in piedi (oggi l’unica restaurata di quelle che c’erano). Il resto solo macerie dalle quali i primissimi soccorritori chiedevano a tutti silenzio per poter sentire eventuali grida dei feriti e poterli così individuare e salvare.

CORSO UMBERTO

Fu in corso Umberto I che, intorno alle 7.30 del mattino, la tragedia ci si mostrò in una dimensione che lasciava poche speranze. Amatrice era un ammasso di pietre, cemento, ferro e legno. Tutto color cenere. A un tratto vidi sfilare accanto a me una barella con una ragazza ferita, dolorante, in pigiama e col volto irriconoscibile a causa della polvere. Fu in quel momento che si cominciarono a contare le vittime. Furono 239 sulle 300 totali del cratere del Centro Italia. Oggi Corso Umberto ha ripreso vita solo perché sono tornate a “scorrere” le macchine ma tutto intorno è vuoto e desolazione. Anche chi conosceva bene il paese prima del 2016 stenta a orientarsi. Si vedono ancora le tracce di un edificio, al numero 90, che ospitava un istituto bancario ma per il resto spazi “confusi”, recintati, desolati, anonimi. A un tratto spunta una grande foto con l’immagine dall’alto della “vecchia” Amatrice. Sembra impossibile che quella “storia” sia stata cancellata in pochi secondi da una scossa di magnitudo 6. Eppure, l’impressione forte, è che questo luogo stia risorgendo dalle proprie ceneri. Ci vorranno ancora degli anni (nessuno qui si azzarda a fare previsioni certe), bisognerà frenare lo spopolamento che colpisce tutte le zone interne, servirà convincere i giovani che qui possono, perché no, giocarsi il loro futuro. Quando tutto sarà ricostruito ritroveremo piazze, luoghi pubblici, locali commerciali, chiese. Per adesso soltanto per la chiesa di San Francesco qualcosa comincia a muoversi, il progetto di restauro e ricostruzione, dal valore di oltre 13 milioni di euro, è stato avviato all'inizio del 2025 grazie ai fondi del ministero della Cultura e al contributo di una banca. La fine dei lavori è prevista per il 2027. La chiesa di San Giovanni, non sarà ricostruita, al suo posto nascerà una piazza. La chiesa di Sant’Agostino ha ancora i pochi “resti” ingabbiati, a due passi c’è la chiesetta provvisoria realizzata nel post sisma. In un angolo, protetta e restaurata, troneggia la statua di Cola dell’Amatrice (1480 circa-1559) che il terremoto aveva gettato a terra. Cola progettò e realizzò la monumentale facciata rinascimentale della basilica aquilana di San Bernardino iniziata nel 1525 e completata nel 1542.

IL PAESE CHE VIVE

Diversamente da come spesso la si dipinge Amatrice non è una città “morta”. Fa impressione, certo, vedere che dopo 10 anni il centro storico e le oltre 60 piccole e piccolissime frazioni sono “quasi” all’anno zero per quanto riguarda la rinascita, ma poi, guardando più a fondo, si scopre che un po’ di case sono state ricostruite (si parla di un 40% per la ricostruzione privata) e si vede un gran movimento di persone. Qui d’estate c’è un fitto via vai da Roma come accadde anche 10 anni fa quando il terremoto arrivò proprio nei giorni intensi di feste e iniziative. In questo 2026 il calendario degli eventi è fittissimo, le associazioni sono tutte impegnate a offrire momenti di serenità a turisti e residenti, i ristoranti in luglio, agosto e settembre spesso sono sold-out. A fine agosto (il 29 e il 30) ci sarà anche la 60ª edizione della Sagra degli spaghetti all’Amatriciana. Lascio Amatrice con la sensazione che presto la rivedremo rinata e vitale. Il terremoto non ha vinto all’Aquila e non vincerà nemmeno da queste parti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA