intervista

Arianna Farinelli: «Trump è una tigre ferita, messo all’angolo farà peggio ma il vento sta cambiando»

5 Novembre 2026

La politologa racconta da New York il fermento statunitense dopo le midterm:

«Il Partito Repubblicano è a pezzi ma i democratici devono restare all’erta»

Farinelli, un’immagine di Trump all’indomani della sconfitta repubblicana.

«È una tigre ferita, ma non morta. Aspettiamoci di tutto».

Ma come?! Al New York Times ha detto che collaborerà.

«Non era in sé, non manterrà fede alla promessa. Trump è uno che se lo metti all’angolo diventa ancora più pericoloso».

Politologa e docente alla City University of New York, Dal 2001 Arianna Farinelli vive negli Usa, di cui ha respirato l’aria delle elezioni di mid-term e l’ondata blu della riscossa democratica. E non ha dubbi: negli Stati Uniti tira il vento del cambiamento. Ma ora in questo vento bisogna imparare a navigare, per non cadere nelle stesse acque.

Che aria si respirava a New York nelle ore del voto?

«Nervosismo. I democratici vengono da una serie di batoste elettorali, sono anni che sperano nell’onda blu che abbiamo visto ieri notte e che per molto tempo è mancata».

I sondaggi, però, avevano già profetizzato l’epilogo.

«Davano i Dem in vantaggio ma questo trionfo era inaspettato per chiunque, non ci credeva nessuno. Anche perché i sondaggisti, spesso, sottovalutano la forza repubblicana».

Questa per i Maga è stata una Caporetto.

«Quando abbiamo visto la Carolina del Sud illuminarsi di blu, con i repubblicani per la prima volta in difficoltà nelle loro roccaforti, c’è stato un sobbalzo. Tutti pensavano: il vento sta cambiando».

Cos’ha di epocale?

«Vivo negli Stati Uniti da 26 anni, sono cittadina da 20. Mai mi sarei aspettata di vedere la Carolina del Sud cambiare colore, uno Stato dove non veniva eletto un senatore democratico da trent’anni. È successo anche in Kansas, che non votava democratico dal 1932».

La spinta newyorkese sull’onda del sindaco Zohran Mamdani ha condizionato le mid-term?

«Sicuramente ha giocato un ruolo, molti eletti sono della sua corrente che è quella del socialismo democratico. È stata eletta la prima governatrice afroamericana della storia di questo Paese, Keisha Lance Bottoms, in Georgia. E il Texas (il Texas!) trova la sua prima governatrice latina, una vittoria storica».

Aggiungo, in New Hampshire, il primo senatore omosessuale. Ma tutto questo come va letto?

«Ci sono motivi per credere che i democratici abbiano fatto meglio di qualsiasi previsione, spinti anche da una corrente Mamdani, più estremista. La seconda cosa da notare è che i dem hanno, contro un partito distrutto come quello repubblicano, tante voci diverse che ora dovranno convivere. Ci sono Stati dove ha vinto la politica del welfare state, altri meno radicali dove il socialismo è una ricetta impensabile».

Come il Kansas dove ha vinto Adam Hamilton.

«Un pastore metodista, ex repubblicano».

Alle prossime presidenziali quale modello prevarrà?

«Troppo presto per dirlo. Certo, Jon Ossoff è un nome di pregio: ha mantenuto il seggio conquistato sei anni fa ed è un moderato molto apprezzato, con grande esperienza».

Però il discorso che passerà alla storia, almeno di queste elezioni, è quello di James Talarico in Texas: l’amore che vince sull’odio. Sono sicuro che in giro, se si dovesse scommettere su un nome per le presidenziali dem, quello sarebbe il suo.

«Piace perché è giovane e parla da ex seminarista, fa dei sermoni che lo fanno somigliare a Martin Luther King. Ma ha 37 anni e dovrà mettere in atto le cose promesse in campagna in Texas per dimostrare quel che vale».

Cita il Vangelo.

«Ed è stato questo il terreno di scontro con Trump, che aveva detto: “Talarico è un insulto a Gesù”».

Lui?

«Ha risposto: “Privare i malati dell’assistenza sanitaria, bombardare i bambini in età scolare, espellere innocenti, separare le madri dai propri neonati, insabbiare il caso Epstein offende Gesù”. Lo ha ripagato con la sua stessa moneta».

Welfare state, guerre e il caso che forse più di tutti gli altri ha ridotto la sua popolarità.

«È accusato da una 13enne di violenze sessuali ma non c’è stato uno straccio di indagine su questo, nonostante migliaia di ragazze denuncino di essere state vittime di quella tratta umana».

Il Congresso potrebbe tornare a occuparsene.

«E indagare sui casi di corruzione, con cui Trump, già ricchissimo, si è ulteriormente arricchito».

È stato questo il punto di rottura tra repubblicani ed elettorato?

«Il cruccio degli americani è il carovita, che dipende dalle guerre iniziate a febbraio, dalla chiusura di Hormuz e dai rincari. Trump è stato eletto dicendo “No more forever wars”, non più guerre eterne. Il 28 febbraio ha iniziato una guerra. Voleva abbassare l’inflazione, che si è alzata proprio per via della guerra. Di tutta risposta ha sempre negato i disagi del carovita».

Fino a una nota surreale, pochi giorni fa, quando ha tenuto un discorso fiume sulla “Reflecting Pool”.

«Un discorso da palazzinaro: piscine, fontane, l’arco di trionfo e i campi da golf. Un totale distacco dalla realtà».

Eppure, alla sua discesa in campo, era un personaggio amatissimo.

«È entrato nelle nostre case con “The Apprentice” ed era semplicemente se stesso. Nonostante le sue contraddizioni, la bancarotta, i tradimenti continui e notissimi, era un personaggio popolare, negli anni Ottanta lo conoscevano tutti, anche perché era proprietario di 27mila appartamenti».

Chi raccoglierà le redini con l’ineleggibilità per il terzo mandato?

«Per ora è impossibile rispondere».

Il suo non troppo amato vicepresidente Vance?

«Senza carisma. È il primo della classe, quello molto antipatico che fa la spia alla maestra».

Rubio, fidato Segretario di Stato?

«È già qualcosa di più, ma non reggerebbe una corsa alle presidenziali forse. Serve qualcuno che sappia prendere il controllo di un partito di cui sono rimasti i cocci».

L’epoca Maga finisce con Trump?

«È verosimile. Gli elettori, nei giorni scorsi, puntavano molto sui valori traditi della democrazia: il presidente ha ristretto diritti e libertà, indetto cause contro i giornali, mandando a casa di una deputata di origini somale gli agenti dell’Fbi. Ha tagliato i fondi alle università, vivendo nel ciclone dei conflitti d’interesse. Si è arricchito con la corruzione emarginando le classi sociali che faticano a unire il pranzo con la cena. Serve, anche in quel partito, un cambio di rotta».

Quest’ondata blu è la premessa per un cambiamento nel Paese?

«È indicativo del fatto che qualcosa è mutato, sta mutando. Ma il trumpismo non è ancora finito, il tycoon sarà alla Casa Bianca ancora per altri due anni».

Circondato da fedelissimi.

«Ma all’indomani di queste elezioni sarà da capire quanti decideranno di affrancarsi, ora che essere fedeli alla linea non conviene più. Resta comunque il presidente: può emettere ordini esecutivi senza passare per il Congresso e può apporre il famoso veto alla legislazione».

Quei due terzi della maggioranza per il Congresso sono impossibili da raggiungere?

«È uno scenario difficile, perché i Dem attualmente dovrebbero avere 54 seggi al Senato ma per i due terzi utili a contrastare il veto ne servono 67, dovrebbero convincere anche i Repubblicani e questo non accade in un paese così polarizzato».

Quindi la palla ora a chi passa?

«Ai cittadini, che devono tenere in punta di piedi chi governa. Trump non ha mai risposto a nessuno, ha dettato una linea senza compromessi. Ci aspettano due anni durissimi, però il vento è cambiato».