Santoro: «Adoro l’Abruzzo, la sua natura e la sua cucina»

Il giornalista alla rassegna Pescasseroli legge: nel libro racconto la storia di un killer
Seuno pensa a Michele Santoro, la prima immagine che focalizza nella mente è quella del giornalista conduttore televisivo, per qualcuno addirittura un “tribuno”, che racconta i fatti di cronaca e le verità di Stato attraverso un linguaggio affabulatorio e a tratti sferzante. Ha cercato per anni la verità attraverso il piccolo schermo e per uno strano caso del destino forse oggi riesce a scoprirla e a portarla alla luce attraverso un libro (Nient’altro che la verità” - Marsilio Specchi) difficile da catalogare. «Non è un romanzo, non è un saggio, non è un libro di inchiesta giornalistica, è qualcosa di nuovo», ha osservato Dacia Maraini a Pescasseroli nel corso dell’incontro finale della rassegna letteraria “Pescasseroli legge” con ospite appunto Michele Santoro. Eppure nel suo volume, in cui parla di mafia attraverso l’incontro con Maurizio Avola, killer di Cosa nostra e autore reo confesso di almeno 80 omicidi, Santoro esplora strade finora sconosciute per dare una risposta ai grandi e a tanti piccoli misteri di Stato.
Santoro, un capitolo del libro si intitola “Cosa nostra porta l'ordine”. In che misura la paura e quanto il senso di abbandono da parte dello Stato, hanno favorito la crescita e la diffusione della mafia?
Io credo nel fatto che tutti gli uomini devono essere uguali di fronte alla legge. Non mi piacciono le legislazioni speciali, ma credo nell'inflessibilità della pena, i benefìci vanno concessi dopo accertamenti molto rigorosi sul ravvedimento del carcerato. Però credo nell'aspetto repressivo della legge, non solo nel recupero. Se tu lasci una macchina aperta in un quartiere, dopo un po' la gente rompe i vetri, la usa per drogarsi. Cosa nostra interviene in una società disordinata, l'illegalità esiste già, Cosa nostra punisce i ladri, gli scippatori, li tortura, ma contemporaneamente per il cittadino comune, vedere che in quel quartiere è tornato l'ordine, dà un senso di benessere. Pensa al Trapanese, in cui Matteo Messina Denaro ha eliminato il pizzo. Lui, la sua famiglia, rappresentano facilitatori per gli investimenti e quando qualcuno apre un negozio paga una percentuale come se fosse una questione di affari. Nel Trapanese c’è una mafia imprenditoriale. L'aspetto violento di Cosa nostra si è andato attenuando nel tempo, ma è chiaro che se i mafiosi ancora ci sono, la prova sta nel fatto che quelli che sono in carcere non si pentono. Vuol dire che c'è qualcuno fuori che comanda.
Mentre camminate tra le strade di Roma, incontrate due carabinieri «con la divisa infilata addosso come un destino». Esiste davvero un destino per diventare un uomo dello Stato e uno per diventare killer della mafia?
Esiste un destino che Avola definisce una predestinazione. Lui sostiene di essere nato già pronto per sparare e sa che quello è il suo destino. Avola è convinto che il suo destino sia segnato, ma io penso che ci si debba ribellare e che non c'è nulla di scontato. Avola è cinico, ma la sua è anche una corazza che si è costruito, un personaggio, un uomo con tutte le sue debolezze, un uomo che non riesce a parlare della moglie, dei figli e reagisce solo quando lo chiamano “mostro”, perché lui non si sente tale.
Il turbamento del killer si manifesta anche quando è costretto a far uccidere il suo amico Pinuccio Di Leo, con cui ha condiviso diversi omicidi.
È vero, per lui l'uccisione di Pinuccio di Leo è un punto di svolta. Nei giovani c'è una propensione al militarismo, si esercitava dalla parte di Avola come mafiosi e dall’altra parte da chi sceglieva il terrorismo. In genere esercitano un fascino, un sentimento di nostalgia, uno spirito di amicizia profonda, di legame duraturo. Quindi per Avola essere stato costretto a uccidere il suo amico fraterno, è stato un salto ed è quello il momento in cui finisce di essere il mafioso diligente della famiglia Santapaola e diventa un'altra cosa. È lì che fa il salto e va da un'altra parte. Quando Buscetta mi manda i saluti prima di morire di cancro lo fa forse per un legame, perché so cosa ha significato per Buscetta la mafia. Nel processo Pecorelli è stato maltrattato dalla difesa di Andreotti e lui per questo si sentiva indignato. Avola non si sente dalla parte dello Stato, lui ha deciso semplicemente di dire la verità.
Lei è finito nel mirino della mafia, ha ricevuto avvertimenti e lo stesso Avola l’ha messa in guardia: “Una condanna a morte della mafia dura per sempre”. Non ha paura?
Paura? No, anche nel periodo più complicato io andavo a lavorare a piedi. Era Messina Denaro che mi seguiva. Solo dopo l'attentato a Costanzo, la Rai mi ha consentito di parcheggiare dentro i cancelli di via Teulada. L'attentato a Maurizio Costanzo nel 1993 era stato pianificato con grande calcolo. Ammazzare me significava uccidere uno dei personaggi più popolari della sinistra, significava regalare la vittoria alla sinistra e per questo la mafia ha pensato bene di non farlo. L'attentato a Costanzo era un segnale per tutta Mediaset. Non che ci fossero patti, ma solo grazie a Cosa nostra Berlusconi ha potuto completare il suo network in Sicilia. Mangano era ad Arcore per evitare rapimenti. Quell’attentato è stato un segnale alla tv in genere e a Mediaset in particolare. Nonostante questa verità giudiziaria nessuno mi ha mai dato la scorta, forse perché avrei potuto acquisire un valore istituzionale. Mi sono arrivate tre volte buste con proiettili e una volta la Rai neanche me lo ha detto. Solo dopo la rapina a mano armata che ho subìto me l'hanno proposta, ma io rifiutai, non potevo mettere a rischio la vita di altre persone.
Lei è autore di un reportage sulla tragedia di Rigopiano dal titolo “C’è qualcuno” (2017). Come è nata l’idea?
Io l’ho potuto affrontare di sfuggita perché nel periodo in cui c'è stato l'evento non avevo una trasmissione fissa. Poi ho avuto la fortuna di vedere queste immagini straordinarie dei vigili del fuoco e quindi, con la loro collaborazione, ho fatto questo documentario. Ha un impatto emotivo forte. Inizialmente la voce doveva essere quella di Beppe Fiorello, ma poi i familiari delle vittime volevano dare una loro lettura dell’evento e fu un momento difficile. Fiorello non volle essere un elemento di divisione e la voce è quella di Alessandro Haber. Pretesi di mostrare il documentario in anteprima alle famiglie: “Se vi dà fastidio, non lo mando in onda”. Loro lo hanno visto, hanno discusso anche tra di loro e poi è stato bellissimo quando hanno consentito che il documentario andasse in onda. Il rischio di queste tragedie è che colpiscono tantissimo e poi il protagonista è l'uomo nella sua parte migliore. È un documentario che esalta una umanità, quella dei vigili del fuoco, che lavorano con spirito di abnegazione e solidarietà assoluta.
È interessante il concetto di indole criminale. Qual è il suo punto di vista?
Nel mio libro cerco di dire che ci sono due parti: la parte migliore dell’uomo è l’umanità, la peggiore è la responsabilità. Due parti che noi separiamo per comodità, ma in realtà il bene e il male si intrecciano. Si nasce criminali oppure no? Nel dialogo con Dacia lei insiste che si nasce tutti uguali e sono poi le ragioni economiche, sociali, culturali che producono la scelta criminale. È vero ma in parte perché abbiamo dei gesti che ereditiamo. La società deve fare di tutto per recuperare le persone al bene, ma alcune non vogliono farsi recuperare. È una partita da giocare, recuperare un delinquente ci rende migliori, ma senza la sua collaborazione è dura.
A parte Rigopiano, quali sono i suoi rapporti con l'Abruzzo?
Sono di varia natura, fondamentalmente perché è il posto di natura ancora incontaminata più vicino a Roma che raggiungo rapidamente e nel quale ho i miei itinerari e le mie passeggiate invernali, anche se la mia stagione preferita è l'autunno, che collima con la mia grande passione enogastronomica e con la possibilità di gustare funghi e tartufo bianco. Una meta è Carsoli, poi naturalmente ci sono anche altri attraversamenti. Penso davvero che l’Abruzzo meriti. A me piace molto la zona di Sulmona, con Pacentro in particolare, per quella capacità di conservare i sapori tradizionali che oggi può essere la vera alternativa alla grande cucina. Ci sono due polarità: la cucina creativa che ha in Abruzzo le sue eccellenze e poi la maniera tradizionale che sembrerebbe semplice da trovare, ma non è cosi. Esistono esempi straordinari di conservazione, di saper fare, nelle trattorie disseminate nel territorio. Ecco, diciamo che Taverna de li Caldora a Pacentro e Niko Romito a Castel di Sangro sono le due polarità intorno alle quali conservare un’eccellenza».
La cucina semplice è solo all’apparenza facile. In realtà, un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico nasconde la sua complessità.
Le racconto un aneddoto. Ho avuto la fortuna di conoscere Eduardo De Filippo da bambino a Positano. Mi ha conosciuto da piccolo e poi mi ha ritrovato da giornalista. Una volta ha voluto cucinare con le sue mani per me uno spaghetto al pomodoro. Sapeva cucinare e arricchiva la sua passione con delle poesie sulla gastronomia. Un’esperienza irripetibile, forse, ma la cucina ha scandito sempre la mia vita».
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