L’editoriale

Trump ha due anni da presidente. Ma ha già perso la sua guerra

5 Novembre 2026

Era Trump. Era, tempo imperfetto: un’azione che ha inizio nella storia si sta concludendo drammaticamente nel nostro presente. Ho visto un’intervista molto semplice che però spiegava benissimo il risultato incredibile del Texas, del Mississippi, dell’Alaska, dell’enorme onda blu che il 4 notte ha spazzato via la dominante rossa di Donald Trump cancellandola dalla carta geografica dell’America come in un gioco da tavola. Non era un giornalista, non era un opinionista, non era un politico. Non era di sinistra. Era un imprenditore che diceva di aver votato per Trump alle ultime presidenziali: “L’ho fatto convintamente», spiegava girando intorno a un palazzo in costruzione questo imprenditore, «ma adesso nel mio cantiere non c’è rimasto più nessuno per lavorare!». Nulla di più semplice, di più pragmatico e dritto, per spiegare che la folle traiettoria remigrazionista, alla fine del suo percorso, ha finito per colpire quelli che voleva favorire. Eppure, fino a ieri, dirlo non era semplice. Affatto. Le vittorie hanno questo, di bello, possono cambiare in un solo minuto la geografia del senso comune che si è stratificata in lunghi anni di rassegnazione.

Se invece si cerca una spiegazione opposta, ideale, passionale, eppure altrettanto potente, bisogna andare in Texas, sotto il podio di James Talarico, uno dei grandi protagonisti di questa impresa elettorale. Che personaggio Talarico: 37 anni, origini umilissime, nipote di un pastore protestante, figlio di una madre separata vittima di violenza coniugale (potete leggere la sua storia raccontata da lui stesso in queste nostre dense pagine di oggi), ex seminarista, ex insegnante delle scuole medie, ex bambino povero convinto (da una mamma che poteva permettersi solo l’affitto di un monolocale), che l’armadio dove dormiva era una fantastica cameretta.

Per me il ricordo più forte di queste elezioni di midterm resterà il suo discorso della vittoria al termine della notte elettorale: «La vera battaglia in questo Paese», dice il neo-senatore del Texas, «non è tra destra e sinistra: è tra chi è al potere e chi ne è escluso. Le persone al vertice lavorano duramente per mantenerci arrabbiati e divisi, perché la nostra unità rappresenta una minaccia per la loro ricchezza e il loro potere. L’abbiamo visto in questa campagna elettorale. L’abbiamo visto in ogni spot pubblicitario finanziato da miliardari. Le persone al vertice», spiega Talarico, ed è il cuore della sua elezione, come di tutte le altre, «ci dividono per partito, per razza, per genere, per religione, per cultura. Lo fanno in modo che noi non ci possiamo accorgere che ci stanno derubando».

Un mio caro amico, manager di una delle più importanti multinazionali francesi, mi ha consegnato sorridendo questo verdetto: «Pensaci: ha fatto più Trump in questo Midterm per i diritti degli individui e delle minoranze che la sinistra negli ultimi venti anni». È stato convincente: «In un solo colpo Trump è riuscito a far eleggere: il primo senatore gay dichiarato, la prima senatrice afroamericana nella storia degli Stati Uniti, la prima nativa americana, il primo ex seminarista, e il primo senatore musulmano. E aveva già dato un contributo importante eleggendo il primo sindaco mussulmano di New York. Il capolavoro totale e assoluto», aggiungeva con il tocco finale il manager, «cento anni dopo John Wayne e Geronimo il Texas, Stato di stretta osservanza inglese e anglicana, veniva aggiudicato ad un italoamericano di origine calabrese». Fantastico.

Potrà sembrare un paradosso, ma prima di questo Trump la sinistra americana era quella in rotta del presidente afflitto da demenza Joe Biden, detto “Rimbambiden” (mai dimenticare la catastrofe umanitaria della fuga dall’Afghanistan), era i sorrisi isterici e tardivi della poco coraggiosa Kamala Harris (rifiutò di far parlare una palestinese alla convention democratica), era i volti incartapecoriti delle famiglie presidenziali clitoniane e non. Quale altra leva avrebbe potuto indurre un così burrascoso cambio di classe dirigente? Prendete in mano uno qualsiasi dei curriculum di questi neoeletti – invece – e ci trovate dentro la potenza vivida di biografie da cinema neorealista. Non solo Talarico. Prendere ad esempio Peggy Flanagan, indiana d’America della tribù Ojibwe, laureata in psicologia dell’infanzia, paladina dell’assistenza sanitaria gratuita universale, attivista delle lotte per l’edilizia popolare. Una che ha coniato il suo motto con un meraviglioso paradosso sulle identità: «Essere una donna Ojibwe, per me, non è come avere un cappello che mi metto e tolgo per appenderlo da qualche parte».

Prendete ad esempio lo stesso El Sayed, cresciuto in una roulotte, figlio di immigrati egiziani, vincitore della Rhodes Scholarship, la più prestigiosa borsa di studio d’America, che gli consentiva di specializzarsi (gratis) ad Oxford. Il giorno della sua laurea, nel 2007, da ragazzo, aveva parlato prima di Bill Clinton – ironia della sorte – sul tema: «Il conflitto di civiltà». E l’ex presidente aveva detto del suo discorso: »Dovrebbero ascoltarlo tutti». Ieri lo hanno ascoltato. Così come Talarico, che ha ripetuto ai suoi elettori: «Noi vi hanno ascoltati. Adesso vi ascolta tutto il mondo!».

Prendete, per esempio, Amy Acton, ex bambina sottratta alla famiglia naturale dai servizi sociali per abusi, laureata con sforzi immani, dottoressa, madre, neo governatrice dell’Ohio, dopo aver sconfitto Vivek Ramaswamy, un miliardario trumpiano sicuro della vittoria. Amy il 6 settembre, nel pieno della campagna elettorale, è stata vittima di un attentato sventato per miracolo, dopo che Patrick Havas, un bianco 38enne di estrema destra – registrato come elettore repubblicano – armato di due pistole, un tirapugni e un taser, aveva iniziato a farsi largo fra la folla colpendo alcuni dei presenti, era stato miracolosamente fermato prima di poter concludere il suo progetto criminale. La Acton, quel giorno, aveva finito il suo comizio rifiutando di interrompersi. Non è stata una normale elezione di Midterm. È stata una battaglia campale. E la guerra non è finita. «Trump», ci dice la professoressa Arianna Farinelli, «è un animale ferito, ma non ancora sconfitto. È più pericoloso di prima». E Anne Applebaum, una delle columnist più note d’America ieri a 8 e 1/2, ospite di Lilli Gruber, aggiungeva: «Gli americani pensavano di aver eletto un imprenditore, e non sapevano di aver mandato alla Casa Bianca un autocrate: potrebbe porre mille veti, dimettersi, può fare qualsiasi cosa».

Mai come in questo caso tutti avremmo dovuto poter votare alle elezioni americane. Perché, mai come in questi anni, una presidenza americana ha influito nelle nostre vite, ha imposto ultimatum a Stati democratici, ha intrapreso guerre, ha violato ogni regola del diritto internazionale, ha proposto villette da edificare sui cadaveri di Gaza, ha massacrato le nostre economie. Quando questa guerra sarà finita, verrà il momento di chiedere conto a tutti i corifei che hanno assecondato il cappellaio matto di Washington della loro subalternità e dei loro silenzi. L’essere pro o contro Trump non riguarda l’essere di destra o di sinistra, ma piuttosto riconoscere o no un nemico che ci minaccia.

È vero, dunque, che questa guerra non è ancora finita, ma dopo la notte del Midterm, il destino dell’aspirante autocrate è segnato: non ci sarà un terzo mandato di Trump. Non c’è più un futuro politico per lui. Le grandi giornate elettorali hanno questo di bello, emettono sentenze senza appello, azzerano le ambizioni.

Oggi Donald è un solo patriarca di ottant’anni, visibilmente poco lucido, eccitato per un salone da ballo costruito distruggendo un monumento nazionale, incapace di comprendere il fallimento delle sue guerre, afflitto da malcelati problemi di salute. Ha ancora due anni di mandato, ma la sua traiettoria nella democrazia delle regole si sta concludendo. Era Trump: ma adesso questa Era glaciale è finita.

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