11 LUGLIO

Oggi, ma nel 1902, a Lucca, in corte d’Assise si concludeva il secondo processo al brigante Giuseppe Musolino, detto “U’ re i l’Asprumunti”, con la condanna all’ergastolo, che sconterà nel carcere di Porto Longone, ovvero Porto Azzurro, sulla costa dell’isola d’Elba, in provincia di Livorno. Rimarrà in prigione fino al 1946, ovvero quando, dopo il riconoscimento dell’infermità mentale, verrà trasferito nel manicomio di Reggio Calabria. In quella struttura morirà, il 22 gennaio 1956, a ottant’anni.
Il processo di Lucca (nella foto, particolare, un momento dell’iter giudiziario dal disegno tratto dalla copertina della “Illustrazione Italiana”, del 27 aprile 1902) era iniziato il 14 aprile di quel 1902, con la partecipazione di Francesco Limarzi, quale interprete dal dialetto calabrese all’italiano. Era stato catturato in località Farneta di Acqualagna, in quel di Pesaro Urbino, il 16 ottobre 1901, dai carabinieri Amerigo Filiziani e Antonio La Serra, appuntati, comandati da Antonio Mattei, brigadiere, originario di Civitella Roveto, in provincia dell’Aquila, nonché padre di Enrico, futuro presidente dell’Eni.
Musolino era inciampato su un filo di ferro di un filare di viti tentando di fuggire ad un controllo occasionale, poiché i rappresentanti della Benemerita ignoravano la sua identità. In tale occasione, verosimilmente, avrebbe pronunciato la frase: «Chiddu chi non potti n’esercitu, potti nu filu» ossia «Quello che non potè un esercito, potè un filo». Il fuorilegge, originario di Santo Stefano in Aspromonte, in quel di Reggio Calabria, classe 1876, era, presumibilmente, nipote di un principe francese riparato in Sicilia al tempo della Rivoluzione, per parte della madre Mariangela Filastò. Ufficialmente di mestiere taglialegna, era stato condannato, per la prima volta, a 21 anni di cella, il 28 settembre 1898, dalla corte d’Assise di Reggio Calabria, per il ferimento, mediante colpo di arma da fuoco, di Vincenzo Zoccali, avvenuto il 28 ottobre 1897, nella rissa, nell’osteria della Frasca, nella sua cittadina natale, per la controversia relativa ad una partita di nocciole. Il 9 gennaio 1899 però, era evaso dal penitenziario di Gerace marina, ovvero Locri.
Quando era stato acciuffato dagli esponenti dell’Arma si stava recando dal re Vittorio Emanuele III, in carica dal 29 luglio 1900, intenzionato a chiedere la grazia, poiché si era stancato di essere latitante. Sulla sua testa gravavano, quantomeno, dieci omicidi e sei tentati.

