11 marzo

Oggi, ma nel 1911, a Monte Flavio di Roma, nella casa parrocchiale, il garzone della signora Emma Petrucci maritata Janni, di 26, scopriva il corpo senza vita della sua “padrona” che era stata assassinata dal cugino di lei, l’arciprete Filippo Romani, di 28 anni, che nottetempo l’aveva sgozzata perché innamorato di lei, quindi s’era suicidato sparandosi un colpo di rivoltella (nella foto, particolare, la notizia riportata sulla "Stampa", di Torino, l'11 marzo di quel 1911). Consumato dalla tisi, il prete aveva dato fondo alle sue più recondite pulsioni, non potendo più stare con l’amata Emma. Da tempo i fedeli erano a conoscenza dei frequenti rapporti intimi del sacerdote con la donna. Per tentare di arginare la relazione “demoniaca” erano state avanzate diverse richieste alla Curia arcivescovile affinché il religioso fosse al più presto allontanato dal circondario e destinato ad altra area.
Dopo essersi diffusa la notizia dell’omicidio-suicidio gli abitanti entravano urlando nella canonica minacciando di dare alle fiamme la chiesa, verosimilmente per purificarla, e di gettare il cadavere del prete -originario di Monte Libretti, educato nel collegio dei salesiani di Bellinzona, fratello di don Oreste parroco di Cretone, frazione di Palombara Sabina- per strada: in segno di massimo disprezzo. Don Filippo era follemente innamorato di Emma fin dalla tenera età. Ma negli ultimi tempi, a detta dei conoscenti, aveva mostrato ulteriori segni di squilibrio. Le tensioni si erano acuite nel periodo durante il quale l’alloggio in dotazione al parroco era stato sottoposto a rifacimento e il curato aveva dimorato proprio dagli Janni, nella loro residenza, stando così a strettissimo contatto con Emma.
E lei era capitolata alle profferte d’amore del carismatico don Filippo. Il marito di lei, Augusto Janni, aveva spesso lasciato correre la situazione, che ben conosceva, proprio per evitare ulteriori scandali. E soprattutto perché aveva paura delle feroci reazioni del servitore di Dio. Che ultimamente sembrava fosse davvero impazzito, secondo quanto riportato dal quotidiano milanese “Corriere della Sera” il giorno dopo il delitto, l’11 marzo di quel 1911. Tanto che fosse stato proposto per lui un vero e proprio percorso curativo da affrontare in un sanatorio psichiatrico. Ma da un anno il giovane prete sarebbe stato anche affetto dalla tubercolosi e la malattia avrebbe reso anche più fastidiosi i rapporti con la quotidianità. Da quindici giorni, infine, il prete appariva alienato, non voleva vedere nessuno e apriva la porta di casa solo alla sua Emma oppure sbucava dall’uscio con la pistola in pugno.

