13 aprile

Oggi, ma nel 1994, a Roma, nel quartiere Montesacro, in via Oliva, veniva ritrovato nell'armadio della camera da letto, con le ante chiuse dal mastice, il cadavere della commercialista romana Antonella Di Veroli, di 47 anni, uccisa, con due colpi di pistola calibro 6,35 sparati alla testa, il 10 aprile precedente in casa sua. A scovare il corpo senza vita era stata la sorella, Carla Di Veroli. L'omicidio, sul quale scenderà l'ombra del delitto passionale come via da seguire più verosimile, rimarrà un "cold case", prima capitolino e poi di risalto nazionale, senza un colpevole assicurato alla giustizia. Sia Umberto Nardinocchi, collega di lavoro della vittima, di 63 anni, che Vittorio Biffani, fotografo, di 51, con entrambi dei quali la Di Veroli aveva una relazione, verranno di fatto considerati estranei all'agguato mortale. Nonostante Biffani avesse ricevuto in prestito dalla defunta 42 milioni di lire non restituiti e verrà sottoposto a processo. Anche una terza pista, relativa ad un ulteriore uomo, per i giornali mister X, frequentato dalla commercialista, la cui iniziale del nome era E, appurata da un regalo acquistato da lei per lui in occasione del San Valentino precedente, non porterà ad alcun risultato investigativo. Il caso, mediaticamente denominato "giallo dell'armadio", verrà riaperto nel 2011, ma anche in quel frangente la magistratura non riuscirà ad individuare il killer. Troppo influenti risulteranno le leggerezze commesse nelle fasi iniziali dei rilievi sulla scena del crimine e le prove irrimediabilmente inquinate.

