16 dicembre

Oggi, ma nel 1720, a Torino, nella chiesa dell’Immacolata concezione di via dell’Arcivescovado, accanto alla Casa della missione, retta dai vincenziani, con padre Carlo Antonio Vacchetta e padre Sebastiano Valfrè, si svolgeva per la prima volta la Novena natalizia. Ovvero quel rituale di recita di preghiere, non prevista ufficialmente dalla liturgia cristiana, ma rientrante nei cosiddetti pii esercizi, da praticare nei nove giorni antecedenti il 25 dicembre.
Un’abitudine destinata ad entrare nella tradizione popolare. Lo scopo della Novena era quello di aiutare, sotto forma di canto e musica, i fedeli a prepararsi spiritualmente alla nascita di Gesù. Venivano scelti 9 giorni perché ciascuno era inteso, simbolicamente, a rappresentare un mese della gravidanza della Vergine Maria. I due lazzaristi, esponenti della congregazione fondata a Parigi, nel 1625, dal francese San Vincent de Paul, scrivevano il testo e componevano la musica di due differenti versioni della Novena di Natale, come verrà riportato nel volume “Vita del beato Sebastiano Valfrè, prete secolare della Congregazione dell'Oratorio di Torino, scritta da un prete della Congregazione di Venezia, con l'aggiunta della novena pel Santo Natale e della susseguente ottava composte dallo stesso beato”, pubblicato a Venezia, dalla tipografia di Andrea Santini, nel 1837.
Vacchetta era di Torino, classe 1665, Valfrè, invece, era nato a Verduno, in provincia di Cuneo, nel 1629, verrà beatificato il 15 luglio 1834 e considerato il San Filippo Neri torinese. A favorire la diffusione della pratica della Novena di Natale sarà però Gabriella di Mesme Marolles delle Lanze (nella foto, particolare, nel ritratto di scuola piemontese del secolo XVII, olio su tela di 80x60 centimetri, battuto dalla casa d’aste milanese Il Ponte, il 25 ottobre 2017), già amante del duca Carlo Emanuele II di Savoia, poi chiacchierata marchesa di Caluso. La pittoresca donna, che era stata data in moglie a Carlo Agostino di Sales delle Lanze quando era già incinta del duca sabaudo, successivamente era convolata in nozze con Giacinto Scaglia di Caluso. Ma rimasta vedova andrà ad abitare, sempre nel capoluogo piemontese, vicino al quartier generale dei vincenziani. Dopo aver scelto come sua guida spirituale padre Domenico Amosso, il generale dei vincenziani, si dedicherà alla preghiera.
Avendo dato scandalo per buona parte della sua esistenza cercherà di rifarsi attraverso il compimento di opere di bene. Per redimersi chiederà persino di essere sepolta nella chiesa dell'Immacolata, in terra, con una lapide posta tra i banchi, così da poter essere calpestata dai fedeli per essere stata una peccatrice. Prima di spirare, rimasta colpita dalle funzioni di preparazione al Natale officiate dai padri vincenziani scriverà nelle sue disposizioni, che verranno riportate nel testamento notarile, redatto il 2 ottobre 1724, che le sue ingenti fortune andassero a sostegno della Missione a patto che il rituale della Novena venisse rinnovato, così come lei lo aveva gradito, ogni anno, in perpetuo.

