17 Marzo

Oggi, ma nel 1891, a Gibilterra, nella baia, naufragava il piroscafo inglese Utopia, a causa della manovra errata di ancoraggio voluta dal comandante, John McKeague, che non aveva tenuto conto della deriva dovuta al vento forza 9. La sosta, non prevista, era stata motivata dal primo ufficiale per fare rifornimento di carbone. La nave, di proprietà degli armatori Henderson brothers, attraverso la società Anchor line, specializzata in traversate oceaniche della speranza in un periodo di elevata fuga dal Belpaese per mancanza di lavoro, era partita da Trieste, il 7 marzo, e aveva imbarcato 7 emigranti a Messina, 57 a Palermo e 727 a Napoli. Dal capoluogo partenopeo era ripartita il 12 marzo ed era diretta a New York, per consentire il cosiddetto sogno americano ai meridionali italiani. Nell'affondamento di quello che verrà etichettato come il Titanic dei poveri (nella foto, particolare del disegno della copertina del'Illustrazione italiana del 5 aprile 1891), morivano 562 italiani del sud, che verranno ricordati con una croce di cemento nel cimitero di Gibilterra. La falla che faceva colare a picco il legno dei disperati era stata causata dal rostro di 6 metri della corazzata britannica Anson, ormeggiata nel porto di Gibilterra. La tempesta era così violenta che molti dei corpi delle vittime verranno recuperati senza testa né arti perché erano andati a sfracellarsi sugli scogli. In segno di lutto, ma anche come precauzione igienica, gli abitanti della zona non mangeranno pesce per 3 mesi. Il processo contro i fratelli Henderson, nonostante o proprio per l'interferenza delle diplomazie d'Italia e d'Inghilterra, della durata di 5 anni, non porterà alcun risarcimento alle famiglie dei defunti.
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