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2 febbraio

Oggi, ma nel 1989, a Piombino, in provincia di Livorno, al largo dello Stellino, Luciano Costanzo, di 47 anni, originario di Grosseto, lavoratore subacqueo della Compagnia portuali di Piombino, veniva divorato da uno squalo bianco lungo 7 metri davanti agli occhi del figlio Gianluca di 19 e sotto lo sguardo dell’amico, l’ingegnere svizzero Paolo Bader, di 64, consulente dell’Enel. Era in mare col suo gozzo di 6 metri. Erano sullo sperone roccioso adiacente la costa di Baratti e stavano facendo pesca sub. La vicenda desterà non poco clamore mediatico, non solo in Toscana, per l’unicità dell’accadimento. Episodio da film, come nella pellicola del regista statunitense Steven Spielberg, uscito nelle sale cinematografiche Usa nel 1975 e basato sull’omonimo romanzo scritto da Peter Benchley.

Nel Belpaese c’erano pochi precedenti. L’ultimo si era verificato nella Secca del Quadro, a San Felice Circeo, in quel di Latina, il 2 settembre 1962, quando era stato attaccato e fatto a pezzi il romano Maurizio Sarra, di 27 anni, fotografo di profondità. Andando ancora a ritroso, l’azione letale di uno squalo si era verificata a Varazze, in provincia di Savona, il 23 luglio 1926, ai danni di Augusto Cesellato, milanese di 20 anni che era in vacanza. Ancora tornando indietro nel tempo, il 4 maggio 1889, a Bordighera, in quel di Imperia, era stato fatto fuori a morsi il servo, rimasto senza nome negli annali di cronaca nera poiché sormontato da quello del suo nobile padrone, l’inglese Claude Bowes-Lyon, XIII conte di Strathmore e Kinghorne.

Tornando a Costanzo, verrà messa in circolazione anche la pista, che si rivelerà infondata, secondo la quale la vittima (nella foto, particolare della locandina del quotidiano “Il Tirreno”, del giorno dopo), ex calciatore della squadra locale, avrebbe escogitato il trucco della morte per bocca del pescecane per frodare l’assicurazione miliardaria sulla vita. Del malcapitato, infatti, verranno ritrovati solo pochi resti di organi interni, brandelli della muta, le bombole da immersione e le pinne. Proprio questi sparuti elementi genereranno le voci, destinate a non avere riscontri pratici, sul suo volontario allontanamento all’estero, come riportato dal quotidiano “L’Unità” del 23 agosto 1990. Ugualmente verrà smontata la ipotetica via della fatalità: l’esplosione causata da cariche che lo stesso Costanzo aveva piazzato per pescare illecitamente.