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Oggi, ma nel 1968, a Roma, nella galleria d’arte “Il Bilico”, veniva inaugurata la mostra di Luigi Pepe Diaz, conosciuto come “Pepediaz”, pittore e scultore nato a Napoli nel 1909, esponente del “Circumvisionismo” e poi del Futurismo. L’allestimento era curato dal critico d’arte Marco Valsecchi.
Pepe Diaz era il nipote del generale Armando Diaz, capo di Stato maggiore dell’Esercito, dopo la disfatta di Caporetto e artefice del trionfo di Vittorio Veneto, per questo insignito del titolo onorifico di “duca della Vittoria”. Pepe Diaz aveva avuto problemi durante il fascismo, era stato ritenuto un sovversivo comunista e incarcerato. Nel 1935 era stato costretto ad espatriare in Svizzera e poi in Francia. A Parigi aveva frequentato Lionello Venturi e Giorgio Amendola, referenti dell’antifascismo d’oltralpe.
Era stato espulso dal Pci dopo essersi schierato contro i fatti d’Ungheria del 1956. Era stato attivo anche come editore, fondando, nel 1952, la propria casa editrice, Pepediaz e aveva pubblicato, per la prima volta in Italia, l’ultimo saggio di Sigmund Freud, “Mosè e il monoteismo”, risalente al 1939. Il libro era stato tradotto da Arrigo Ballardini e aveva l’introduzione di Cesare Musatti. Quella capitolina (nella foto, particolare, una delle tele messe a disposizione del pubblico, tecnica ad olio, 40x50 centimetri, dedicata all’Astrattismo) era l’ultima occasione nel Belpaese di avere lustro dei suoi lavori. Morirà infatti, a Milano, il 12 febbraio 1970, dopo essere stato investito da una macchina.
L’ultima uscita ufficiale sarà alla Galerie Jeanne Wiebenga di Losanna, in Svizzera. Per la sua attività Pepe Diaz verrà preso a riferimento anche dalla cultura omosessuale, benché avesse avuto una vita con salde presenze femminili, inclusa la moglie Giuseppina Peloso, sposata nel 1951 e avesse avuto la figlia Ludovica, custode delle memorie paterne. Da ricordare, nella variegata produzione dell’autore, anche il romanzo intitolato “E poi?”, pubblicato dall’editore napoletano Morano, nel 1944, e la rara raccolta di fumetti, dedicata al ladro gentiluomo Arsenio Lupin, apparsa nel ’46-’47.

