25 APRILE

24 Aprile 2023

Oggi, ma nel 1935, a Venezia, nella galleria di Ca’ Pesaro, il sovrano sabaudo Vittorio Emanuele III inaugurava la mostra, di 100 dipinti, di Tiziano Vecellio, curata da Nino Barbantini. Al vernissage presenziavano anche il ministro dell’Educazione nazionale, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, il podestà della città lagunare, Mario Alverà, promotore dell’iniziativa d’interesse internazionale.

Originario di Pieve di Cadore, in provincia di Belluno, nato presumibilmente nel 1488, allievo del veneziano Gentile Bellini prima, sodale di Giorgione, ovvero Giorgio da Castelfranco Veneto poi, confidente del poeta Pietro Aretino, Tiziano era cittadino della Repubblica marciana ed esponente di gran lustro della scuola pittorica veneziana. Era deceduto, proprio nella Serenissima, nel 1576.

Genio rinascimentale di portata europea, aveva rinnovato il modo di occupare la tela privilegiando il tonalismo, ovvero la ricerca sul colore, utilizzato in quantità rispetto allo stile di Michelangelo Buonarroti, imperniato perlopiù sulla cura del disegno. Il governo fascista, guidato da Benito Mussolini, trasformava l’evento artistico in un’imperdibile occasione di parata politica e militare in orbace. Il sapiente recupero del maestro cinquecentesco, da parte dell’Italia littoria, rientrava nella raffinata operazione di rispolvero e valorizzazione (nella foto, particolare, la “Madonna del Coniglio”, proveniente dal museo del Louvre di Parigi, come da cartolina ricordo delle giornate tizianesche) dei miti di fondazione del Belpaese.

Il catalogo dell’allestimento, di 221 pagine, verrà redatto da Gino Focolari, con 100 illustrazioni in bianco e nero, e edito da le Officine Grafiche Ferrari di Venezia, nello stesso anno. L’apertura ai visitatori chiuderà il 4 novembre successivo.