27 marzo

Oggi, ma nel 1976, a Milano, divampava la notizia del femminicidio messo a segno, la sera prima, a Mezzate di Peschiera Borromeo, nel milanese, in via Filippo Turati, da Giorgio Invernizzi e Fabrizio De Michelis, entrambi di 20 anni, universitari di Medicina, collegati al giro dei neofascisti sanbabilini, ai danni dell’avvenente Olga Julia Calzoni, di 16, liceale dello Scientifico “Alessandro Volta”, ex fidanzata di Giorgio e amica di Fabrizio. Lei (nella foto, particolare), ancora presa da lui, aveva scritto sul diario frasi dedicate al suo amore come: «Perché sei bello/perché ti amo/perché sei come un’ombra/perché per me sei il sole/perché per me sei la luna e le stelle/perché sei tutto, tutto ciò che vedo/tutto ciò che vedi/Perché? Forse perché sei tu».
I due aguzzini volevano inscenare un sequestro di persona - come tristemente in voga in quel torno di tempo soprattutto dopo il clamoroso caso di Carlo Saronio del 14 aprile 1975 - uccidendo la malcapitata presa in ostaggio, gettando poi il corpo senza vita e piombato nel Ticino, ancor prima di ricevere i soldi. Sostanzialmente per non dover gestire la delicata fase carceraria del rapimento. Julia era ricca. Era imparentata con la storica casata degli Sforza. E il padre Roberto era un uomo facoltoso, avvocato e imprenditore nel settore della cosmesi. De Michelis colpiva la ragazza alla nuca con una mazza da baseball, ma lei riusciva a fuggire dall’Alfetta di Invernizzi. Così i due giovani le correvano dietro e le sparavano quattro colpi di pistola centrandola alla testa.
Quindi lasciavano il cadavere nel bosco del Carengione che veniva rinvenuto proprio quel 27 marzo'76. Poi si recavano dalla madre di lei, Elena Sansoni, separata dal marito, nell’abitazione di via Carlo Pisacane, per abbracciarla e consolarla. Poi il giorno successivo, in Questura confesseranno. Nel corso dell’iter processuale verrà sottolineato soprattutto come i due sicari abbiano approfittato del rapporto di amore e di amicizia della vittima nei loro confronti. Due balordi, non esenti dall’uso di droghe, convinti d’essere invincibili che mettevano in scena un delitto, assolutamente inutile, che gli addetti ai lavori riterranno essere l’ultima frontiera del crimine urbano. Un fatto di sangue d’una ferocia inaudita che verrà ricordato negli annali della cronaca nera tricolore come “Il Circeo meneghino”. Il 29 giugno 1978, in primo grado, i due assassini verranno condannati all’ergastolo. Pena che verrà confermata, in appello, il 9 novembre 1979. Sentenza che diverrà definitiva, dopo il passaggio in Corte di cassazione, il 27 agosto 1983.
