28 APRILE

27 Aprile 2023

Oggi, ma nel 1945, a Opicina di Trieste, dove aveva sede l’antico insediamento sloveno, si consumava l’ultimo dei sei eccidi nazisti compiuti nella tristemente nota località sul Carso, che rappresentava l’anello di collegamento fra le brigate partigiane del circondario e il Movimento di liberazione cittadino.

Avveniva nel contesto della fase finale del secondo conflitto mondiale. I tedeschi, appartenenti alla Sicherheitspolizei und Sicherheitsdienst del Ozak, ovvero la polizia di stato, che era in ritirata, prima di lasciare il capoluogo friulano -che tornerà all’Italia con l’accordo del 5 ottobre 1954- fucilavano prigionieri, sia italiani che slavi, prelevati dalle carceri del Coroneo. Morivano 15 persone: Oscar Barut, Adolfo Belloro, Albina Brana, Armando Bressan, Bruno Kaučič, Kara Stjepan Hasan, Ruggero Hass, Ivan Cunja, Mario Maovac, Josip Perusic, Guido Stipanič, Albano Trevisan, Giuseppe Visintin, Vladimir Vrhovnik, Ivan Vukič. La pioggia di piombo non avrà colpevoli assicurati alla giustizia.

L’episodio principale di Opicina era avvenuto, per rappresaglia, da parte della Wehrmacht, il 3 aprile 1944 (nella foto, particolare, il cippo commemorativo nel poligono di tiro, luogo della mattanza) che aveva mietuto 71 vittime. Era servito per compensare l’uccisione di sette soldati germanici, che era avvenuta il giorno precedente, 2 aprile 1944, per esplosione di un ordigno nel cinema di Opicina, presumibilmente piazzato da Mirdamatt Sejdov e Methi Ushein Zade, partigiani azeri, disertori della Wehrmacht, nelle cui fila erano stati forzatamente arruolati, transitati nell’esercito jugoslavo di liberazione.