3 APRILE

Oggi, ma nel 1964, a Milano, nella galleria Schwarz, chiudeva la mostra di Man Ray, inaugurata il 14 marzo precedente, promossa da Arturo Schwarz: era la prima personale dell’esponente del dadaismo nel Belpaese. Si intitolava “31 oggetti del mio affetto” (nella foto, particolare, una delle opere esposte), ed era composta da oggetti d’affezione realizzati dal pittore, fotografo, regista e grafico statunitense, ma parigino d’adozione, tra il 1920 e il 1964.
Emmanuel Radnitzky, vero nome dell’artista, di Philadelphia, classe 1890, proveniva da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica. Aveva cominciato a sperimentare con la macchina fotografica nel 1914, a New York, quando, già da due anni firmava le opere con lo pseudonimo “Man Ray” che, tradotto in italiano, significava “Uomo raggio”.
Schwarz, anche lui proveniente da una stirpe ebraica, arrivava da Alessandria d’Egitto, dove era nato nel 1924, trozkista, aveva visto la sua casa editrice fallire per l’interessamento del segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, che aveva imposto al vastese Raffaele Mattioli, amministratore della Banca commerciale italiana, di revocargli il fido. Appassionato anche di surrealismo, dedicherà uno dei suoi libri proprio a Man Ray e verrà pubblicato dall’editore fiorentino Giunti, nel 1998. Già in quello stesso 1964, Schwarz, aveva dato alle stampe il volume, che non era solo un catalogo, di 80 pagine, intitolato “Il reale assoluto”, illustrato dall’amico Marcel Duchamp e dallo stesso Man Ray, edito dalla galleria omonima. Arrivato nel capoluogo lombardo nel 1949, dopo essere stato espulso come pericoloso sovversivo, in quanto fondatore della IV Internazionale trozkista egiziana, Schwarz aveva aperto lo spazio espositivo con annessa libreria, nel 1954, che resisterà fino al 1975.

