5 OTTOBRE

Oggi, ma nel 1954, a Londra, i rappresentanti dei governi del Regno Unito, degli Stati Uniti d’America, della Repubblica italiana e della Repubblica federativa popolare jugoslava, firmavano il Memorandum d’intesa sul regime di amministrazione provvisoria del Territorio libero di Trieste. Ad impugnare la stilografica erano: Manlio Brosio, per l’Italia; Goeffrey Harrison, per l’Inghilterra; Llewellyn Thompson, per gli Usa; Vladimir Velebit, per la Jugoslavia.
Quanto stipulato nella capitale britannica era lo sviluppo di ciò che prevedeva l’allegato VII del Trattato di Parigi, stilato il 10 febbraio 1947, dalle nazioni vincitrici il secondo conflitto mondiale e sottoscritto tra quelle sconfitte. Sostanzialmente con il memorandum di Londra, la Zona A, comprendente la città di Trieste e il suo porto franco internazionale, passava dall’amministrazione militare alleata a quella civile tricolore (nella foto, particolare, il check-point).
In estrema sintesi, con effetto dal 25 ottobre successivo, Trieste, dopo non poche peripezie, tornava italiana. La Zona B passava dall’amministrazione militare a quella civile, jugoslava. Quanto previsto nel simposio londinese disponeva anche alcune modifiche di confine del comprensorio in rimodulazione. Ciò comportò la fuga in quell’estremo lembo di Belpaese. In definitiva, l’esodo giuliano-dalmata e istriano, quale fenomeno di emigrazione forzata da parte dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana, ma anche mista slovena e croata, che si erano ritrovati a vivere in territorio jugoslavo, era cominciato nel 1945. Complessivamente ammonterà a 350mila persone. In tale diaspora si inseriva la triste vicenda delle foibe, cavità carsiche nelle quali furono scaraventati almeno 5mila malcapitati che apertamente avevano diffidato del regime comunista di Josip Broz, detto “Tito”. Le condizioni pattuite a Londra verranno consolidate con il Trattato di Osimo, del 10 novembre 1975, tra Italia e Jugoslavia, con entrata in vigore l’11 ottobre 1977.

