7 APRILE

Oggi, ma nel 1979, a Milano, veniva arrestato Antonio “Toni” Negri, leader di Autonomia operaia, su mandato di Pietro Calogero, sostituto procuratore della Repubblica di Padova, che stava occupandosi del legame tra contestazione, eversione, lotta armata nella sinistra extraparlamentare nel capoluogo veneto. Contestualmente quel giorno veniva autorizzato l’arresto di altri esponenti del movimento tra i quali anche Emilio Vesce, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace. Quello che passerà alla storia come “Teorema Calogero”, in estrema sintesi, presumeva che Toni Negri (nella foto, particolare, sorridente dietro le sbarre) fosse il capo brigatista. Il 4 ottobre 1988, la Corte di cassazione confermerà la condanna, a 12 anni di reclusione, per Negri, che sarà interdetto anche dall’insegnamento. Ma sarà rifugiato in Francia -come anche Pace ed altri presunti criminali politici, che saranno accolti in terra transalpina- approfittando dell’immunità parlamentare ottenuta dopo l’ingresso alla Camera dei deputati con il Partito radicale di Marco Pannella, il 12 luglio 1983.
L’operazione “7 aprile”, come il relativo processo, sarà estremamente controversa e creerà spaccature nel Belpaese non solo tra innocentisti e colpevolisti, ma proprio tra gli estimatori e i denigratori delle due principali figure coinvolte. Da un lato il filosofo e politologo Negri, padovano, classe 1933, docente universitario nell’ateneo della sua città natale, dall’altro Calogero, magistrato, di origine siciliana, di Pace del Mela, in provincia di Messina, del 1939, in magistratura dal 1967, con alle spalle l’inchiesta secondaria per la strage milanese di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, che, insieme al collega Giancarlo Stitz, aveva portato all’incriminazione del contesto neo fascista ordinovista legato all’editore di Ar, Franco Freda.

