L'inaugurazione della Mostra d'Oltremare a Napoli

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9 maggio

Oggi, ma nel 1940, a Napoli, a Fuorigrotta, veniva inaugurata la prima edizione della Mostra triennale delle terre italiane d’oltremare. La cerimonia del taglio del nastro avveniva alla massima presenza del sovrano sabaudo Vittorio Emanuele III (nella foto, particolare, proprio nella sfilata d'apertura), che era scortato dall'onorevole Vincenzo Tecchio, esponente del Partito nazionale fascista napoletano, avvocato, promotore del comitato organizzatore e poi presidente dell'istituzione partenopea, al quale nel 1953 verrà dedicato il piazzale antistante la Mostra, dove sorgerà anche lo stadio di calcio del sole, che verrà aperto il 6 dicembre 1959.

La Mostra era, nelle intenzioni del capo del governo Benito Mussolini, una elegante rassegna panoramica delle realizzazioni del valore e del lavoro italiano in Africa. Una prospettiva che fosse in grado di documentare tutto il complesso delle attività politiche, sociali, economiche, culturali, con le quali il fascismo avesse reso le colonie fonte rigogliosa di benessere e di potenza per il Belpaese. Era nel contempo una articolata operazione di propaganda che illustrava le politiche realizzate dal regime in Africa orientale italiana, in Somalia, in Etiopia, in Eritrea, in Libia, in Albania e nelle Isole Italiane dell'Egeo. L'area espositiva, articolata in 36 padiglioni, più una piazza all'aperto in grado di accogliere 10mila visitatori, era stata approntata in 16 mesi di lavori. Come stile era pura espressione del razionalismo italiano e il progetto era dell'ingegnere ed architetto Marcello Canino. Si contrapponeva all'Eur di Roma frutto, sempre nello stesso periodo, dell'opera dell'urbanista Marcello Piacentini. Nel complesso napoletano vi erano anche due teatri; una piscina olimpionica; ristoranti e caffè; un parco divertimenti; una preesistente zona archeologica d'epoca romana, inclusa all'interno del perimetro.

Era stata scelta Napoli come sede per rilanciare lo sviluppo di quella città, secondo quanto promesso dal figlio del fabbro di Predappio agli stessi campani, nel 1931, sotto lo slogan "Napoli deve vivere" quando aveva articolato la ripresa nei 5 punti: agricoltura, navigazione, industria, artigianato, turismo. La Mostra presentava tre grandi articolazioni tematiche: la sezione geografica, con visioni suggestive dei possedimenti posti sotto il tricolore savoiardo; la sezione dedicata alla produzione, che documentava le attività svolte nei territori, intesa come via per il potenziamento economico dell'Italia imperiale; la sezione storica, attraverso l'opera coloniale romana nel Mediterraneo. Le architetture erano immerse in un giardino mediterraneo, dotato di 250mila piante, suddivise in aree verdi e serre botaniche, che dovevano fungere da documentazione della vegetazione delle colonie. Il giardino zoologico era curato dall'architetto Luigi Piccinato e contava 4mila esemplari provenienti dalle terre dell'Impero oltre all'acquario tropicale.

La Mostra sarebbe dovuta rimanere a disposizione dei visitatori fino al 15 ottobre successivo, ma chiuderà dopo un mese a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. L'area espositiva verrà pesantemente danneggiata dai bombardamenti e rimarrà in abbandono. Nel 1948 l'iniziativa lanciata 8 anni prima verrà trasformata in Ente mostra d’oltremare e del lavoro italiano nel mondo. Successivamente, dopo i lavori di ricostruzione post bellica, l'8 giugno 1952, verrà inaugurata la prima Mostra triennale del lavoro italiano nel mondo.