Calcio

Rocco Pagano: «Io, il Pescara, Maldini e Galeone. Il mio era un calcio senza pensieri»

4 Luglio 2026

L’ex attaccante biancazzurro: «Gli anni con il “profeta” non sono più replicabili. Nel 1987 ero a un passo dal Napoli di Maradona, poi arrivò Moggi e non se ne fece più nulla»

PESCARA. L’incontro con Rocco Pagano, “il Rocco volante” di una delle stagioni calcistiche più luminose della storia biancazzurra, è avvenuto in maniera imprevedibile, quasi per caso. Imprevedibile come la traiettoria che dalla linea laterale, a pochi centimetri dalle panchine, lo faceva entrare per un attimo nel campo visivo dei portieri avversari prima di sparire di nuovo. Imprevedibile come la sua finta, unica, mai vista prima, che coinvolgeva tutto il corpo, diversa da quella degli altri numeri 7: tutti un po’ geniali, giocolieri e funamboli allo stesso tempo, un po’ romantici e per questo malati di solitudine su quella fascia. «Se mi avessero chiesto di ripetere quella finta a gioco fermo non ci sarei riuscito. Non era studiata. Veniva in automatico». Molto originale. «Sembrava che io volessi spostare la palla e invece era il piede che finiva davanti al pallone e questo movimento mandava in confusione i difensori (sorride, ndc).

Pagano, di quella squadra che andò in serie A nel 1987 è stato raccontato quasi tutto: c’è qualcosa che non sappiamo?

«Facendo il paragone con il calcio che si vede oggi, anche nelle serie minori, noi eravamo veramente un bel gruppo. Nessuna gelosia, nessuna voglia di protagonismo. Stavamo bene insieme, anche fuori dal campo».

E Galeone come ha contribuito?

«Il mister ha fatto in modo che quell’unità tra noi si rafforzasse, dandoci fiducia e caricandoci di responsabilità. Non ci ha mai limitato e credo sia stato essenziale. Eravamo per la maggior parte giovani, senza molta esperienza e ci siamo ritrovati a gestire una squadra in testa alla classifica e lo stadio pieno ogni domenica».

Sarebbe replicabile?

«Penso di no. Anche Silvio Baldini ha fatto un percorso incredibile nell’anno dei play off, ma le due avventure non sono paragonabili. Nel frattempo è cambiato tutto».

In questo calcio moderno, quasi schiavo dei moduli, ci sarebbe ancora spazio per Pagano?

«Credo che mi troverei bene in un 4-3-3. Nel 4-4-2 farei molta fatica. L’ho provato a Perugia con Novellino che giocava con le due punte ed ero costretto ad attaccare e difendere. Improponibile per me».

Esistono ancora le ali?

«Le ali sono sparite. O meglio, giocano come si dice in gergo “a piede invertito” per andare verso il centro dell’area e tirare in porta, visto che in pochi giocano con il centravanti classico, stile Vieri o Rebonato».

A proposito, Paolo Maldini capitano della Nazionale e bandiera del Milan, confessò a fine carriera che lei era stato il giocatore più difficile da marcare.

«Quella cosa è stata troppo bella. Lo ha detto in due occasioni in tv: la prima a Controcampo e poi lo ha ripetuto in una puntata di Sfide nel 2011. Se magari ne avesse parlato prima che smettessi, mi avrebbe cercato qualche club storico».

E lo meritava.

«Mi fa piacere ricordarlo. Prima di concludere il campionato in B col Pescara ero stato contattato dal Napoli e sembrava fatta per andare a giocare accanto a Maradona e Careca. E se ne parlava anche nelle tv locali napoletane».

E poi?

«Purtroppo il direttore sportivo Pierpaolo Marino che era già d’accordo col mio procuratore fu sostituito in estate da Luciano Moggi che scelse Paolo Miano, il biondo dell’Udinese».

Quindi l’esordio in serie A lo ha fatto con il Pescara a San Siro contro l’Inter di Trapattoni.

«A distanza di quasi 40 anni sui social girano ancora le immagini di quella partita. Nel servizio della Rai si vede il Trap in piedi che si innervosiva».

Anche per la vostra maglietta rossa. Una provocazione nella Scala del calcio.

«Si (ride, ndc). Ma giuro che avevamo paura di quell’Inter piena di giocatori fortissimi anche se con il passare dei minuti abbiamo iniziato a prenderci gusto, uscendo tra gli applausi dello stadio Meazza».

Era il 13 settembre 1987, Sandro Ciotti in “Tutto il calcio minuto per minuto” descrisse lo slalom di Pagano fermato in area da Passarella e Zenga e il calcio di rigore del 2-0 di Sliskovic.

«Lo ammetto: ogni tanto lo vado a rivedere su youtube (ride, ndc) per rendermi conto. Pazzesco. Si facevano delle cose che adesso sarebbero inconcepibili».

Eravate spensierati?

«Spensierati è il termine più azzeccato. Oggi vedo i giocatori con la tensione addosso. Quando giocavo io negli spogliatoi c’era molta allegria, anche prima di scendere in campo e mi riferisco anche alle altre società in cui sono stato, come il Perugia, ad esempio».

Un calcio triste che ama poco i giovani.

«Qualcosa di buono è stato fatto a livello giovanile, anche ultimamente. Quando per questi ragazzi arriva il momento di fare sul serio, molte squadre di club preferiscono affidarsi a calciatori stranieri. Basta guardare il Como e l’Udinese. E quindi accade che qualche italiano se ne va all’estero».

Poco coraggio degli allenatori?

«Fino a un certo punto. Dipende molto dalle società. Se bisogna vincere e hai un ragazzo bravino che devi far crescere, per non rischiare scegli lo straniero e il giovane entra a venti minuti dalla fine».

Segue il Pescara?

«Mi sono riavvicinato anche grazie a Silvio Baldini che ho conosciuto e che mi invitava allo stadio. Ogni volta che andavo il Pescara vinceva, e allora mi mandava i biglietti credendomi una specie di amuleto (ride, ndc)».

A quasi 63 anni, portati benissimo, le manca il mondo del pallone?

«Non sono rimasto nel calcio e la mia è stata una scelta consapevole. A me il calcio piaceva giocarlo, faccio altro nella vita e sto bene lo stesso. Adesso sarebbe impensabile rientrare nel giro».

Che campionato dovrà fare il Pescara il prossimo anno?

«Si rischia di usare le solite frasi fatte, ma la C non è una categoria adatta a Pescara per tutta una serie di ragioni che conosciamo, come l’amore viscerale del pubblico. L’anno scorso, esclusa l’ultima partita, la tifoseria non ha mai contestato nonostante la squadra fosse quasi sempre in fondo alla classifica».

Niente a che vedere con le contestazioni di una volta.

«(ride, ndc). Bastava una partita di quelle importanti persa in casa e trovavi la gente ai cancelli che ti costringeva a tornare a notte fonda per riprendere la macchina».

Al Premio intitolato al "Profeta" Galeone si è notata la sua assenza.

«Mi è dispiaciuto ma ero fuori città. Farò di tutto per esserci il prossimo anno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA