A capo della banda c’era il rampollo della famiglia mafiosa

L’accusa: «Riccardo Masciavè seguiva ogni fase dei reati, solo il ferimento di uno dei complici ha fermato la gang»
CHIETI. Un rampollo di una famiglia mafiosa, lui stesso «sospettato di appartenere alla criminalità organizzata». C’era Riccardo Masciavè, 34 anni di Stornara, in provincia di Foggia, a capo della banda che ha seminato terrore nel Chietino con gli attacchi notturni ai bancomat: è accusato di essere «il promotore, l’organizzatore e il coordinatore» della gang azzerata ieri dai carabinieri del nucleo investigativo di Chieti.
il contesto
Già condannato per associazione a delinquere e altri reati, Masciavè – secondo i carabinieri di Cerignola – è membro «dell’omonimo clan malavitoso, nonché figlio di Mauro e nipote di Nicola e Vito, affiliati al “clan Gaeta” della Sacra Corona Unita, operativo proprio a Orta Nova», scrive il giudice Andrea Di Berardino nell’ordinanza di custodia cautelare. Clan Gaeta che, raccontano le carte dell’inchiesta, è coinvolto in attività illecite come estorsioni, riscossione del pizzo, riciclaggio di denaro e traffico di stupefacenti.
LE ACCUSE
Il 34enne non ha partecipato fisicamente ai furti, «contribuendo però materialmente al piano associativo fornendo l’autovettura “pulita” Fiat Tipo utilizzata dal commando per gli spostamenti dai luoghi interessati per non destare sospetti ed eludere le ricerche delle forze dell’ordine». Non solo: secondo quanto emerso dall’analisi dei tabulati telefonici, «ha seguito ogni fase dei reati, dalla partenza da Stornara e Orta Nova all’arrivo in Abruzzo fino al rientro in Puglia».
I PRECEDENTI
Il giudice ha disposto il carcere per Masciavè perché va «massimamente contenuta la sua pericolosità»: in passato è finito nei guai anche per «plurime estorsioni continuate e minacce per costringere altri a commettere un reato, fattispecie sintomatiche di una personalità consolidata nel tessuto criminale e dedita a condizionare negativamente la pubblica sicurezza».
I COMPLICI
Un altro ruolo fondamentale, secondo gli investigatori, è quello ricoperto da Angelo Dibartolomeo per «aver adibito a base logistica-operativa la sua abitazione di Francavilla al Mare». Anche lui condannato per un reato associativo, oltre che per estorsione continuata, ricettazione e furto, «è indiziato, sempre secondo la polizia giudiziaria, di appartenere proprio al clan della famiglia Masciavè». La banda capace di svuotare i bancomat in pochi minuti, dopo averli distrutti con l’esplosivo, ha dimostrato di avere «un’organizzazione strutturale di uomini e mezzi, funzionale e idonea alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio (indeterminata, naturalmente, nel numero). Solo il fortuito ferimento di Carlo Grossi (l’indagato colpito dalla fucilata di un residente, a Fara San Martino, durante un assalto, ndr) ha interrotto bruscamente l’attuazione di un programma ancora in divenire e alquanto intenso e concentrato di reati».
«CRIMINALI DI SPESSORE»
Il giudice, dunque, ha condiviso la tesi del sostituto procuratore Giancarlo Ciani, secondo il quale «è concreto il pericolo di fuga degli indagati in ragione della dimostrata connivenza con ambienti criminali di elevato spessore a cui, con ogni evenienza, hanno fatto ricorso anche per approvvigionarsi dell’esplosivo. Si tratta, all’evidenza, di un contesto criminale di primissimo livello e del quale gli indagati potrebbero avvalersi per fare perdere le loro tracce o trovare apporti logistici per sottrarsi al giudizio», chiude il pm.

